“La coscienza d’Europa è nata sulle vie di pellegrinaggio”

W. Goethe

Gli itinerari religiosi in Toscana, un viaggio tra natura, spiritualità e famosi monasteri e abbazie

Sono sempre di più i turisti che, stanchi della solita vacanza, scelgono destinazioni dove protagonisti sono il silenzio, il raccoglimento religioso e magari anche la meditazione. In Toscana ci sono vari importanti santuari, chiese, eremi, conventi, monasteri, luoghi della fede dislocati in tutto il territorio, pieni di grande significato per la tradizione cristiana. Sono luoghi di preghiera apprezzati anche per le notevoli bellezze artistiche.

Sono sufficienti pochi esempi per capire quanto può offrire la Tocana: Camaldoli, Sacro Eremo, La Verna sono complessi religiosi, situati all’interno del Parco delle Foreste Casentinesi, tra i più visitati per la storia e la bellezza. Badia Prataglia, San Benedetto in Alpe, San Godenzo, Le Celle, Romena sono solo alcuni altri dei tanti complessi religiosi che offrono la possibilità di esperienze toccanti.

In questa sezione suggeriamo alcuni itinerari alla scoperta di questi e tanti altri gioielli, il cui ricordo speriamo rimanga impresso a lungo nella memoria.

Monasteri, abbazie, eremi

PROVINCIA DI AREZZO - ZONE CASENTINO E VALDICHIANA ARETINA

Santuario La Verna

Chiusi della Verna (AR)
Santuario francescano complesso di chiese e cappelle (XIII°-XIV° secolo)

Camaldoli e il Parco delle Foreste Casentinesi

monastero camaldoliZona:Casentino
Comune: Poppi (AR)
Tipo: complesso religioso XII° secolo
Sito: www.camaldoli.it

Il celebre centro spirituale è immerso nei secolari boschi dell’Appennino, quelli che, per molti secoli, solitari eremiti abitavano, ne sfruttavano il legno ed avevano un vero culto per alberi quali l’abete bianco. La prima costruzione fu un ospizio per pellegrini, fondato nel 1046 dal monaco benedettino Romualdo, iniziatore dell’ordine camaldolese, successivamente beatificato. La località prescelta era, per l’esattezza, Fontebuona, già nota per la qualità delle acque. In questa prima struttura i pazienti erano curati gratuitamente e l’assistenza era garantita dal medico di Poppi, remunerato dagli stessi monaci. In caso di decesso dell’ammalato, i religiosi provvedevano a loro spese alla sepoltura. Le salme venivano deposte in loculi situati sotto il pavimento del corridoio inferiore dell’ospizio, utilizzato fino alla soppressione napoleonica (1810). La chiesa, dedicata a San Donato e a San Ilariano fu costruita all’inizio del XIII° secolo e, nel 1361, decorata da Spinello Aretino con una serie di affreschi. Col passare dei secoli la costruzione subì alcuni danni e, all’inizio del XVI° secolo, fu totalmente ristrutturata.

camaldoli montagnaAnnesso all’ospizio, diventato una vera e propria foresteria, fu costruito il monastero che assunse le attuali caratteristiche nel XVI° secolo: un grande edificio a due piani contenente due chiostri, il refettorio (completato all’inizio del XVII° secolo), la foresteria e le celle dei monaci. In quest’epoca funzionava addirittura una tipografia e da qui uscirono le Costituzioni Camaldolesi, che contenevano norme per la conduzione delle foreste. Nella seconda metà del XV° secolo nel Monastero soggiornò, con la sua corte di letterati, anche Lorenzo il Magnifico: scopo della visita avviare un confronto con i monaci sulle ricerche e sugli interrogativi che il Rinascimento poneva. All’ospedale, già ingrandito, si aggiunse, nel 1543, una vera e propria farmacia o, meglio, il laboratorio galenico per la preparazione dei medicinali a base di erbe officinali. Il refettorio venne completato nel 1609. Una nuova ristrutturazione della chiesa venne effettuata nel XVIII° secolo. Le riforme dell’epoca napoleonica tolsero tutto ai monaci: solo nel 1934 poterono riprendere possesso del complesso che si trovava in stato di totale abbandono. Nel 1954 fu completamente restaurato, recuperando il più possibile dell’aspetto originale. Tra le opere d’arte all’interno della chiesa spiccano le tavole di Giorgio Vasari. La pala più grande raffigura la Deposizione dalla Croce ed è situata sull’altare maggiore. Le altre sono: San Donato e San Ilariano,  Natività di Cristo, Vergine in Trono tra San Giovanni Battista e San Girolamo. In quest’opera il Vasari riproduce, sullo sfondo, il paesaggio del monastero e dell’eremo di Camaldoli così come erano nel XVI° secolo. Le tavolette raffigurano: Sacrificio di Isacco, Pasqua in Egitto, Manna nel deserto e Cenacolo.

riserva camaldoliIl refettorio è caratterizzato da semplici e sobrie linee del manierismo toscano. È arredato con stalli in noce e tavoli dalla linea severa. Sopra la porta d’ingresso è situato un pulpito di pietra serena per la lettura di testi sacri durante i pasti. Alle pareti ci sono alcune tavole del XVII° e del XVIII° secolo. Le più interessanti sono quelle realizzate dal pittore fiorentino Giovanni Camillo Sagrestani: la Deposizione dalla Croce e la Resurrezione di Cristo. Ai lati del pulpito vi sono due opere di Lorenzo Lippi che raffigurano Giacobbe che abbevera la pecora di Rachele e il Trionfo di Davide. L’intera superficie della parete di fondo è occupata da una tela del 1611 di Cristoforo Roncalli, detto Pomarancio, raffigurante Cristo servito dagli angeli.

Dell’ospedale rimane solo l’antica farmacia. La sala è interamente arredata da scaffali in noce intagliato, risalenti all’epoca di costruzione. Si conservano ancora molti strumenti dell’antico gabinetto galenico (alambicchi, mortai, fornelli); inoltre libri e prontuari di epoca medievale e  ricette risalenti al XV° e XVI° secolo. All’interno del complesso, si trova la cella di San Romualdo e l’antica biblioteca con circa 300.000 volumi.

Eremo di Camaldoli

eremo camaldoliZona: Casentino
Comune: Poppi (AR) – località Camaldoli
Tipo: complesso religioso XII° secolo
Sito: www.camaldoli.it

Situato all’interno del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, a 3 chilometri di distanza del Monastero di Camaldoli, ospita una comunità monastica di origine benedettina. L’eremo fu fondato da San Romualdo nei primi anni dell’XI° secolo, in una località denominata Campo di Maldolo. Seconda la tradizione, il terreno fu donato da un certo Maldolo d’Arezzo, da cui il nome di Ca’ Maldoli. Originariamente la costruzione aveva solo cinque celle, una delle quali fu abitata per un tempo imprecisato da Francesco d’Assisi, ed un piccolo oratorio. Attualmente l’eremo è composto dalla foresteria, dove vengono accolti ospiti e visitatori, la chiesa, la sala del refettorio e le celle dei monaci. La chiesa, risalente al 1220, è posizionata al centro dell’eremo. All’interno si trova la tela raffigurante la Vergine col Bambino contornata da San Benedetto, San Romualdo, San Gerolamo e Santa Lucia, opera di Giovan Battista Naldini (1575). Nell’abside, decorata nel XVII° secolo con dorature, si trova la pala raffigurante Cristo crocifisso adorato da San Pietro, San Paolo, San Romualdo e San Francesco (1593).

san romualdo cellaNel  presbiterio sono raffigurate l’ Annunciazione a Maria, la Vergine Porta del Cielo e Stella del Mattino e un affresco raffigurante l’Imperatore Ottone III mentre confessa a San Romualdo l’uccisione di Crescenzio senatore romano, opera del pittore senese Francesco Franci. Altri due affreschi, dipinti nel XVII° secolo da Giovanni Drago, raffigurano: Ottone III in visita presso l’Eremo del Pereo il primo, La donazione dell’Abbazia di San Salvatore fatta da Ottone III a San Romualdo l’altro. All’interno della cappella dedicata a Sant’Antonio Abate c’è un altorilievo in ceramica invetriata di Andrea della Robbia, raffigurante la Vergine e il Bambino con Santi (XV° secolo). Nella cappella dedicata a San Giuseppe sono sepolti alcuni dei personaggi più rappresentativi vissuti nell’eremo: tra gli altri Ambrogio Traversari (1386-1439), priore generale dell’Ordine Camaldolese, e Mariotto Allegri (m. 1478), il suo corpo, posto nella parete di fondo, si è conservato incorrotto, a causa di un processo del tutto naturale.

camaldoliAll’interno della sacrestia è conservata la cattedra pontificale, realizzata in noce intagliato da Luca Bonicelli e Antonio Montini nel 1669. È inoltre presente una tela del XVII° secolo raffigurante San Giuseppe che sorregge il Bambino, tra San Filippo Neri e San Francesco d’Assisi. Nel refettorio, splendido è il soffitto a cassettoni realizzato nel XVII° secolo dagli intagliatori fiorentini Evangelista Dieciaiuti e Gaspare Bertacchi. Il complesso delle celle, 20 in totale, include anche quella di San Romualdo, unica visitabile. Pur essendo stata inglobata nella biblioteca, ha conservato la struttura tipica della cella eremitica: la cameretta, lo studio, la cappella, i tre tradizionali ambienti destinati a ciascun monaco, fiancheggiati da un corridoio. Oltre ad offrire riparo dalle rigide temperature invernali, questa struttura “a chiocciola”, simboleggiava il percorso spirituale del monaco per entrare in sé stesso. La cella di Franceso d’Assisi è decorata con una tela dello Spagnoletto. Al termine del viale delle celle si trova una piccola chiesetta in stile romanico, con abside e campanile a vela. È conosciuta come Cappella del Papa perché venne costruita nel 1220 dal Cardinale Ugolino dei Conti di Segni, poi diventato papa con il nome di Gregorio IX°.

Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna

parco foreste casentinesi mappaZona: Casentino
Tipo: area naturale protetta
Sito: www.parcoforestecasentinesi.it

Il parco è una grande area protetta che si estende tra le regioni Toscana ed Emilia Romagna, caratterizzata da boschi tra i più estesi e meglio conservati d’Italia e sede di un importante patrimonio floreale, composto da 1358 specie individuate, e da una fauna di grande interesse. Sul versante toscano, il parco è compreso nel territorio di sette comuni: Bibbiena, Chiusi della Verna, Poppi, Pratovecchio, Stia, tutti nella provincia di Arezzo; Londa e San Godenzo in quella di Firenze. I boschi ed i numerosi ambienti naturali fanno da cornice ai segni della millenaria presenza dell’uomo: borghi, mulattiere e, soprattutto, due santuari di assoluto spicco, Camaldoli e La Verna.

foresta momìnumentale della vernaI boschi rigogliosi sono stati per secoli sostentamento e ricovero per tante piccole e grandi comunità. Inoltre hanno fornito legname fin da epoche storiche: ad esempio quello per le impalcature del Duomo di Firenze o travi lunghe e dritte per costruire le navi della flotta di Pisa. Il parco è un vero paradiso naturale, costituito a sua volta da alcune componenti delle Foreste Demaniali Casentinesi: la Riserva Naturale di Sasso Fratino, la zona integrale de La Pietra, le riserve naturali biogenetiche di Campigna, della Scodella, di Badia Prataglia-Lama, di Camaldoli, la Foresta Monumentale de La Verna e l’area delle Cascate dell’Acquacheta. L’area può essere visitata a piedi, in mountain bike e a cavallo o, in inverno, con sci da escursionismo. La rete dei sentieri si estende per circa ben 600 chilometri. Di grande interesse naturalistico è la Foresta Monumentale de La Verna, conservata e mantenuta fino ai nostri giorni anche grazie alla sapiente opera dei frati, in una perfetta armonizzazione tra uomo e natura.

foresta della vernaIl bosco principale è costituito da abeti e faggi, con esemplari che raggiungono i 50 metri di altezza e diametri fino a 1,80 metri. La foresta è caratterizzata anche da una notevole ricchezza botanica e faunistica. Sono presenti anche numerose specie di uccelli, tra cui rapaci quali il gufo reale ed il falco pellegrino. La Foresta della Lama, che però si estende in gran parte nel territorio della regione Emilia Romagna, si trova al centro del Parco, nei pressi del Monte Penna, e confina con la Riserva Biogenetica di Camaldoli. All’interno c’è una stazione forestale attorno a cui si possono ammirare anche piante esotiche di dimensioni eccezionali, come pure un inusuale biancospino di circa 300 anni.

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Eremo Le Celle, Abbazia di Farneta e Santuario di Santa Margherita a Cortona

Le Celle

convento le celleZona: Val d Chiana
Comune: Cortona (AR) – località Le Celle
Tipo: convento francescano XIII° secolo

Fu fondato nel 1211 da San Francesco d’Assisi, che vi ritornò poi nel 1226, poco prima di morire. Nel 1969 il complesso, molto suggestivo per l’amenità del luogo e l’atmosfera spirituale, è stato radicalmente restaurato. I locali comuni e quelli, più piccoli, dove vivevano i monaci sono disposti “a gradoni” su entrambi i declivi del vallone. Il complesso conserva proprio la cella che fu personalmente usata da San Francesco durante la sua visita.

All’interno del convento c’è anche la cappella di San Felice da Cantalice, risalente al XVII° secolo: sull’altare una Madonna che offre il Bambino a San Felice da Cantalice, opera di Simone Pignoni. Tutt’intorno al convento c’è un suggestivo bosco, di pregio estetico e naturalistico, essenzialmente costituito da lecci secolari e cipressi, attraversato da gradevoli sentieri che permettono escursioni tra ruscelli e forre naturali, sempre con ottimi panorami sulla vallata sottostante. Il convento offre ospitalità. Non lontano del convento si trova nota abbazia di Farneta.

Abbazia di Farneta

farnetaZona: Val d Chiana
Comune: Cortona (AR) – località Farneta
Tipo: chiesa monastero benedettino IX°-XV° secolo

Antico monastero benedettino, risale all’epoca longobarda (IX° secolo). Nel XV° secolo era però ormai in piena decadenza e, nel 1799, fu soppresso. Nonostante alcune “mutilazioni” e modifiche, l’insieme della chiesa si è conservato abbastanza bene nel corso dei secoli. L’opera di restauro si è incredibilmente svolta in un momento cruciale (1940-1944) per la storia d’Italia. La chiesa ha pianta a T ed ha un’unica navata. Insolita la soluzione del transetto, nel quale si aprono cinque absidi rivolte verso oriente (la luce), simbolo della Redenzione, secondo la tradizione dell’epoca. Inconsueta anche la presenza, all’interno del presbiterio, di nicchie attorno alle absidi, quasi a formare un trifoglio. Di notevole pregio le vetrate, tutte istoriate.

Di particolare suggestione è la cripta, usata come sepolcro collettivo dopo la dismissione del monastero e poi riscoperta e restaurata  all’inizio degli anni ‘40. La cella centrale è a forma di quadrifoglio, mentre quelle laterali sono in forma di trifoglio. Le volte, senza sottarchi, sono sostenute da colonne di epoca romana, una delle quali di granito rosa proveniente da Aswan (Egitto). Alle pareti si trovano anche alcune lapidi millenarie, come una stele funeraria di epoca romana e quella dell’abate Ado (anno 1100 circa). Nel 1974 la struttura ha nuovamente recuperato il rango di abbazia. Gli altri edifici del monastero sono andati in gran parte distrutti o sono stati radicalmente trasformati.

Santuario di Santa Margherita di Cortona

santa margheritaZona: Val d Chiana
Tipo: chiesa santuario XIII-XIV° secolo
Indirizzo: Piazzale Santa Margherita, 1 – Cortona (AR)

È un santuario dedicato alla patrona di Cortona. Alla morte di Margherita (1297) fu deciso di costruire una chiesa in suo onore, a fianco dell’antica chiesetta di San Basilio che la pia donna aveva fatto restaurare dopo averla scelta come luogo di penitenza e di preghiera. Nel 1385 la chiesa fu affidata ai monaci olivetani, sostituiti nel 1389 dai Frati Minori Osservanti che ancora oggi vi risiedono. L’attuale aspetto della chiesa è però il risultato della ricostruzione ottocentesca, inizialmente affidata all’architetto Enrico Presenti, nel corso della quale l’originario impianto a navata unica fu sostituito da una struttura di tipo basilicale.

Nella cappella del transetto di sinistra si trova il monumento marmoreo di Santa Margherita. In realtà il corpo della beata è conservato entro un’urna sopra l’altare maggiore, bordata da una cornice in lamina d’argento sbalzata e cesellata con pasta vitrea. Nell’altare a destra dell’altar maggiore si trova invece il Crocifisso (XIII° secolo), che la tradizione locale vuole sia proprio quello davanti al quale Margherita era solita pregare. Altra opera di rilievo sono Dio Padre, l’Immacolata Concezione e i santi Francesco, Domenico, Ludovico di Tolosa e la beata Margherita da Cortona, dipinto del 1602 di Francesco Vanni. Il soffitto della chiesa è decorato da un suggestivo cielo azzurro stellato.

 

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Romena

pieve romenaZona: Casentino
Comune: Pratovecchio Stia (AR) – località Romena
Tipo: chiesa romanica XII° secolo

La pieve fu costruita in puro stile romanico a metà del XII° secolo sopra una precedente chiesa risalente all’VIII° secolo ed i cui resti sono visibili sotto al presbiterio. Fortemente danneggiata da una frana nel 1678 e poi anche da un terremoto del 1729 che provocò gravi danni alla facciata, è stata restaurata secondo l’aspetto originario. La facciata è semplice e rustica, realizzata in pietre conce. La chiesa è suddivisa in tre navate con cinque campate su colonne monolitiche di pietra, arricchite dai motivi decorativi dei capitelli a fogliami. I caratteri decorativi dei capitelli sono molteplici, da elementi geometrici e vegetali stilizzati a figure umane e zoomorfe. La relativamente tozza lunghezza della navata fa da contrasto ad un’ampia abside con due ordini di arcate e aperture costituite da una trifora e due bifore.

 

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PROVINCIA DI LUCCA - ZONA GARFAGNANA

Eremo di Calomini

eremo-di-calominiZona: Garfagnana
Comune: Fabbriche di  Vergemoli – località Calomini
Tipo: eremo costruito nella roccia (XII°- XVII° secolo)
Tel.: +39 0583 767003
Sito: www.eremocalomini.it
Orari: Estivo: da aprile a settembre tutti giorni – Invernale: da ottobre a marzo soltanto alla domenica
Servizi: affitto di camere con TV e piscina +39 0583 767041

L’edificio è situato a ridosso di uno strapiombo roccioso ed è stato scavato quasi interamente nella roccia. In questo luogo particolarmente impervio, attorno all’anno Mille, la Madonna sarebbe apparsa in una grotta ad una giovane donna. Qui, attorno al XII° secolo, si ritirò un gruppo di eremiti che poi iniziarono a dimorare in grotte scavate da loro stessi. Fu quindi costruita una prima piccola chiesa, anch’essa in parte scavata nella roccia. A partire dal XIV° secolo, parallelamente alla crescita della fama e della venerazione della Vergine della Grotta, la modesta costruzione fu oggetto di vari ampliamenti e vennero aggiunti anche nuovi edifici.

calomini La chiesa fu integralmente ricostruita nel XVII° secolo, ma la roccia viva cui si appoggia il complesso è tuttora visibile nel presbiterio e nella sacrestia. Anche il convento fu scavato nella roccia viva. A seguito della soppressione degli ordini religiosi decretata da Napoleone, l’eremo fu spogliato di tutti gli arredi sacri e le suppellettili e defraudato di tutti i terreni. Gli eremiti successivamente ritornarono e vi rimasero fino al 1868. Attualmente l’eremo è affidato all’Ordine dei Frati Minori Cappuccini, seguaci della regola di San Francesco.

La sacra immagine della Vergine della Grotta (o Madonna della Penna), abbozzata in una statua di legno di salice, è oggetto di devozione. Molte persone vengono anche per bagnarsi con l’acqua che sgorga da una sorgente all’interno dell’eremo, che, si dice, produca giovamento e benefici.

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Percorsi e itinerari religiosi

Numerose sono le vie di pellegrinaggio che scavalcavano gli Appennini per dirigersi poi verso luoghi di culto in Toscana e quindi proseguire verso Roma, culla della Cristianità. Di questi percorsi, faticosamente scolpiti nella terra dai passi di chi andava o tornava, sono rimaste tracce, alcune delle quali ancora visibili e percorribili. L’interesse crescente da parte di escursionisti italiani e stranieri ha spinto autorità, organizzazioni, associazioni verso un rapporto di collaborazione. In pratica si è trattato di ricercare i tracciati storici, valorizzare il concetto del “cammino lento”, riscoprire il territorio circostante, affiancare varie culture e credenze religiose dell’intera Europa.

Via del Volto Santo

Percorso religioso

Via del Volto Santo

via volto santoTipo: percorso religioso, artistico, naturalistico
Zone: Lunigiana e Garfagnana
Partenza: in comune con la Via Francigena da Pontremoli, altrimenti dalla Pieve di Sorano (Filattiera – MS)
Arrivo: Lucca
Percorribilità: a piedi, in mountain bike o automobile (strada asfaltata)
Lunghezza: a piedi km. 220, su percorso stradale km. 62,5
Difficoltà: media (a piedi o in mountain bike), facile in automobile
Dislivello: m. 380
Sito: www.viadelvoltosanto.it

La storia

volto santoLa tradizione del Volto Santo ebbe origine nel secolo VIII°, ma è soprattutto intorno all’XI°-XII° che l’immagine spinse molti pellegrini a scegliere Lucca come una tappa del loro viaggio verso Roma ed, eventualmente, Gerusalemme. Il Volto Santo è il crocifisso ligneo esposto nel Duomo di Lucca (Chiesa di San Martino) e che, secondo la tradizione, raffigura il vero viso di Cristo. La Via del Volto Santo, anche conosciuta come Via Francigena di Montagna, era dunque il percorso che, dopo aver solcato la Lunigiana settentrionale, si inerpicava sui contrafforti settentrionali delle Alpi Apuane, entrava in Garfagnana, la percorreva tutta e terminava a Lucca. Era un percorso alternativo alla Via Francigena (o Romea), la strada di pellegrinaggio in direzione di Roma, così come delineata dal vescovo Sigerico (XII° secolo). Questo percorso alternativo evitava il pericolo delle malattie malariche nelle aree più basse e le insidie dei pirati, spesso in agguato lungo le coste.

Di conseguenza si svilupparono lungo entrambi i percorsi strutture di accoglienza (hospitalia pauperum et peregrinorum o domus hospitales pauperum) per il ricovero dei viandanti. Quindi anche chiese ed edifici che ancora oggi sono ben identificabili. Tra queste il Santuario di San Pellegrino in Alpe e Santa Croce a Castelnuovo di Garfagnana. Sono giunte fino all’epoca attuale numerose costruzioni lungo la Via Francigena e quella del Volto Santo: ospedali per il ricovero e la cura dei pellegrini, numerosi conventi, edifici di confraternite e chiese intitolate ai santi protettori dei pellegrini (San Rocco, San Donnino, San Michele, San Cristoforo, San Sebastiano, San Jacopo).

Il percorso – cosa vedere

via del Volto santo (1)Il Cammino del Volto Santo inizia dalla cittadina di Pontremoli dove è opportuno visitare il Museo dalle Statue Stele, opere dei misteriosi e affascinanti antichi abitanti della Lunigiana, e il labirinto nella chiesa di San Pietro, simbolo indiscusso di pellegrinaggio. Attraversando borghi di origine bizantina e longobarda ci si può soffermare al labirinto di Ceretoli, da poco riportato alla luce, per poi arrivare alla chiesa di San Giovanni Battista. Qui c’è un Volto Santo, molto simile a quello di Lucca e con il quale condivide leggenda e tradizione. Seguono alcuni saliscendi prima di arrivare a Bagnone, dominato dal castello che sorvegliava la valle. Castiglione del Terziere, Monti e Pontebosio completano i primi giorni del cammino attraverso una terra ricca di commercio e di tradizioni.

Partendo da Fivizzano si percorre l’ultima tappa lunigianese attraversando Turlago, Reusa e Regnano. Al Passo Tea l’Hospitale, con le fondamenta nuovamente visitabili, ricorda i molti pellegrini e viandanti transitati da qui per secoli. Il percorso prosegue verso Giuncugnano, Nicciano e poi San Michele, caratterizzato dal ponte sulle Acque Bianche.

via volto santo1

Da Piazza al Serchio è consigliabile salire fino all’imponente Fortezza delle Verrucole dalla quale si dominava l’intera Alta Garfagnana. Seguono San Romano e poi la chiesa di San Pantaleone alla Sambuca. Il lago di Pontecosi invita a una sosta dopo aver percorso circa due terzi di cammino. Attraversando Castelnuovo di Garfagnana è quasi d’obbligo visitare il Duomo, la Rocca Ariostesca e la Fortezza di Montalfonso. Quindi il Museo, dove i Votivi di Castelvenere, testimoni poco conosciuti della presenza etrusca in queste zone, riposano. Si prosegue per Cascio, Gallicano per terminare la tappa a Barga, cittadina che ha conseguito il riconoscimento “borgo arancione” del T.C.I.-Touring Club Italiano. È quasi d’obbligo visitare le strette vie, i saliscendi affascinanti e ricchi di storia, il Duomo con la scritta mai tradotta e molti altri luoghi misteriosi. Si prosegue verso la Pieve di Loppia, magnifica e superba, Ghivizzano, con il borgo ben mantenuto ed il castello. Borgo a Mozzano, punto di arrivo della penultima tappa, è famoso per il ponte della Maddalena (o ponte del Diavolo). Infine si conclude l’itinerario con una sorta di lunga passeggiata fiancheggiando il fiume Serchio e toccando Diecimo, dove bisogna ammirare la Pieve, Valdottavo e Sesto a Moriano. A Lucca, destinazione di arrivo, attende il Volto Santo.

Le Tappe

Tappa 1 – da Pontremoli a Lusignana
Lunghezza: km. 18
Difficoltà: E

Tappa 2 – da Lusignana a Bagnone
Lunghezza: km. 14
Difficoltà: E

Tappa 3 – da Bagnone a Monti di Licciana
Lunghezza: km. 22
Difficoltà: E

Tappa 4 – da Monti di Licciana a Fivizzano
Lunghezza: km. 17
Difficoltà: E

Tappa 5 – da Fivizzano a Argegna (Passo Tea)
Lunghezza: km. 22
Difficoltà: E

via del Volto santo (2)Variante Tappa 5 – da Fivizzano a Argegna (Passo Tea)
Lunghezza: km. 20
Difficoltà: E

Tappa 6 – da Argegna a Piazza Al Serchio
Lunghezza: km. 12
Difficoltà: E

Tappa 7 – da Piazza Al Serchio a Castelnuovo Garfagnana
Lunghezza: km. 21
Difficoltà: E

Tappa 8 – da Castelnuovo Garfagnana a Barga
Lunghezza: km. 25
Difficoltà: E

Tappa 9 – da Barga a Borgo a Mozzano
Lunghezza: km. 21
Difficoltà: E

Tappa 10 – da Borgo a Mozzano a Lucca
Lunghezza: km. 28
Difficoltà: E

Via degli Abati

Il tracciato originale risale almeno al VII° secolo. Era un percorso da Pavia (all’epoca capitale del Regno Longobardo) verso Pontremoli e, da qui, proseguire lungo la Via Francigena oppure la Via del Volto Santo verso Roma. La tradizione vuole che sia stato “inaugurato” degli abati del grande monastero di San Colombano di Bobbbio (PC) ed è stato successivamente conosciuto anche come “Via Francigena di Montagna” per le maggiori asperità naturali da superare lungo il tracciato. Il percorso completo da Pavia è di circa 195 chilometri (di cui 127 in Emilia Romagna), ma in Toscana è limitato alla sola porzione compresa tra il Passo del Borgallo e Pontremoli (circa 30 chilometri, a seconda delle varianti).

Per ulteriori informazioni consultare il sito www.viadegliabati.com

Descrizione del percorso

Tipo: montagnoso, sentieri, mulattiere, strade bianche, qualche breve tratto su asfalto in prossimità degli abitati
Difficoltà: il percorso non presenta particolari difficoltà tecniche. Attualmente il tracciato è percorribile a piedi o a cavallo o in mountain bike con piccole varianti rispetto al percorso storico, a causa di frane e tratti di strada non più esistenti.
Profilo: Borgo Val di Taro (in Emilia Romagna) è il punto di partenza. Da qui si sale verso il Passo del Borgallo (m. 965) nei cui pressi, ancora nel XIX° secolo, sorgevano i resti dell’Ospizio di San Bartolomeo. Superato il crinale, antico confine tra Ducato di Parma e il Granducato di Toscana, si scende nella Valle del Verde, ricoperta da una fitta boscaglia, fino a gruppi di costruzioni (come Farfarà) e si giunge alla cascatella della Pisciarotta. Si guada il torrente omonimo e, poco oltre, si costeggia il Lago Verde, alimentato da acque sorgive.
Attraversato un castagneto appare Cervara: lungo la strada sono collocati pilastrini di marmo bianco con bassorilievi devozionali. La chiesa del paese, dedicata San Giorgio, rimanda forse a origini longobarde mentre i “facion” (mascheroni di pietra arenaria) sulle facciate delle case sembrano sfidare il tempo e allontanare il male.
Superato il paese si attraversa il torrente Darnia e si risale verso Barca, punto panoramico sull’Appennino e le Alpi Apuane, per giungere poi a Pra’ del Prete. Di fronte è visibile la torre del castello di Grondola, oggetto di aspre contese tra Piacenza, Parma, Pontremoli e la famiglia Malaspina. Da questo punto fino all’abitato di Pontremoli è una camminata in discesa.

Via Romea Nonantolana e Via Romea Strata

Via Romea Nonantolana

È uno degli itinerari che, dalla Val Padana, scavalcavano gli Appennini per ricongiungersi in Toscana alla Via Francigena. Il percorso, complessivamente oltre 100 chilometri, inizia a Nonantola (MO) e attraversa tutta la parte meridionale della provincia di Modena. L’ingresso in Toscana avviene al Passo della Croce Arcana, al confine tra i comuni di Fanano (MO) e Abetone Cutigliano (PT). Da qui si può quindi scendere verso Pistoia lungo altri itinerari e poi innestarsi sulla via Francigena nella zona di Fucecchio (FI).  Per ulteriori informazioni: sito www.camministorici.it

Via Romea Strata

È un altro degli itinerari che, dalla Val Padana, scavalcavano gli Appennini per ricongiungersi in Toscana alla Via Francigena. In realtà ha origine dal Passo del Tarvisio (UD) e si snoda per quasi 760 chilometri, parte dei quali dell’antica Via Romea Longobarda. L’ingresso in Toscana è al Passo della Croce Arcana, al confine tra i comuni di Fanano (MO) e Abetone Cutigliano (PT). Da qui si può quindi scendere verso Pistoia lungo altri itinerari e poi innestarsi sulla via Francigena nella zona di Fucecchio (FI). Per ulteriori informazioni: sito www.romeastrata.it

Sentiero di Matilde

Prende nome dalla contessa Matilde di Canossa, importante e potente feudataria di una porzione dell’Italia su entrambi i versanti degli Appennini. Si snoda attraverso tutta la parte meridionale della provincia di Reggio Emilia, con imprescindibile tappa a Canossa. Il percorso completo è di oltre 250 chilometri, a partire da Guastalla (RE), ma in Toscana è limitato alla sola porzione tra il Passo delle Radici e San Pellegrino in Alpe. Da qui si può scendere verso Lucca lungo altri tracciati. Per ulteriori informazioni: sito www.sentieromatilde.it

Via Romea Germanica / Cammino di San Francesco / Cammino di Sant'Antonio / Cammino di Assisi

Via Romea Germanica

Nella Biblioteca di Wolfenbuttel (Germania) è conservato un documento che descrive le strade da percorrere verso Roma. Fu compilato dall’abate Alberto del Convento di Santa Maria in Stade attorno al 1256. Anche il religioso, al pari del vescovo inglese Sigerico, fornisce indicazioni precise su luoghi, distanze, condizioni delle strade. Quella raccomandata era la “Melior Via” che penetrava in Italia dall’attuale Passo del Brennero. Per entrare nell’attuale Toscana era consigliato l’attuale Passo della Serra. Da qui ci si dirigeva verso La Verna per poi proseguire in direzione di Roma, un percorso di 208 chilometri suddiviso in 11 tappe L’intersezione e l’unione con la Via Francigena è a Montefiascone (VT). La distanza tra il Brennero e Roma è di oltre 1.000 chilometri. Per ulteriori informazioni: www.viaromeagermanica.com

Cammino di San Francesco

È un tracciato di origine recente in quanto inaugurato nel 2013 in occasione degli 800 anni della morte del Santo patrono dell’Italia. Il percorso unisce Rimini a La Verna attraverso cinque tappe per un totale di oltre 100 chilometri. Il tracciato risale la Valmarecchia (dove la presenza di San francesco è storicamente accertata) e penetra in Toscana attraverso le Balze di Verghereto. Da qui un’unica tappa fino al Santuario della Verna. Una variante tocca invece Badia Tedalda e Pieve S. Stefano, entrambe in Toscana.

Per ulteriori informazioni: www.camminosanfrancescoriminilaverna.it

Cammino di Sant’Antonio

Si tratta di un percorso di origine più recente voluto per collegare il maggior centro di culto antoniano (Padova) con La Verna. Una sorta di collegamento ideale tra i fari di due ordini religiosi che, nella storia, si sono trovati anche a competere se non proprio a combattersi. Il percorso completo è di quasi 500 chilometri. L’ingresso in Toscana avviene a San Benedetto in Alpe. Quindi il percorso tocca le località di Castagno d’Andrea, Poggio Lastraiolo, Camaldoli, Badia Prataglia e termina al Santuario della Verna. In ognuna di queste località c’è un rifugio dove si può pernottare.
Per ulteriori informazioni: www.ilcamminodisantantonio.org

Cammino di Assisi

Si tratta di un percorso di origine più recente che dalla cittadina di Dovadola (FC) risale verso l’Appennino Tosco-Romagnolo. L’ingresso in Toscana avviene al Passo della Calla, superato il quale l’itinerario punta direttamente verso l’Eremo di Camaldoli e con possibilità di proseguire fino al Santuario de La Verna e, quindi, verso Assisi lungo altri tracciati. Per ulteriori informazioni: www.camminodiassisi.it

Cammino di San Vicinio

È un ulteriore percorso di origine più recente, sagomato ad anello e quasi interamente compreso nella Romagna. Dopo aver superato la cittadina di Bagno di Romagna il tracciato penetra in Toscana e dirige verso l’Eremo di Camaldoli. Da qui l’anello ripiega verso il Passo della Serra per rientrare in Romagna, puntando su Sant’Agata Feltria. Per ulteriori informazioni: www.camminodisanvicinio.it

Tra i santi della Maremma

Una serie di personaggi religiosi, alcuni arcinoti, altri meno conosciuti, ha lasciato tracce un po’ in tutte le zone della Maremma. Tali testimonianze possono essere ricucite geograficamente e creare i presupposti per un itinerario che coniuga il mistico con bellezze storiche, artistiche, naturali.
È quasi d’obbligo iniziare la figura universalmente più conosciuta.

San Francesco d’Assisi

1 – Secondo la tradizione l’omonima chiesa di Massa Marittima sarebbe stata fondata dal “poverello d’Assisi” intorno al 1220, in occasione del suo viaggio in Maremma.

2 – Dentro la chiesa annessa al Convento dei Cappuccini di Arcidosso e a lui dedicata, nella pala dell’altare maggiore, opera di Farncesco Vanni datata 1593, c’è una Madonna attorniata dai Santi Francesco e Bernardino.

3 – Nel 1289 l’Ordine Francescano acquistò la chiesa benedettina di San Fortunato a Grosseto, rintitolandola al fondatore. All’interno c’è un affresco del XV°-XVI° secolo che raffigura San Francesco.

San Bernardino da Siena

Le tracce di un Santo, che ha lasciato un’impronta indelebile nella Chiesa Romana e che è ancora oggetto di molta venerazione, sono distribuite in varie zone della Maremma.
Bernardino nacque a Massa Marittima nel 1380 ma all’età di 6 anni si trasferì a Siena, da cui il nome con cui divenne conosciuto. Divenuto frate minore osservante (francescano) si dedicò a opere di carità e alla predicazione. Morì nel 1444. Gli sono attribuiti molteplici miracoli e a lui è attribuito il primo utilizzo del crittogramma JHS.

1 – A Massa Marittima la casa dove nacque Bernardino fu successivamente trasformata in un santuario e, più tardi, inglobata nel Palazzo Petrocchi. Decisamente più importante avrebbe dovuto essere il Convento di Vetreta, costruito in previsione di conservare il corpo del Santo dopo la sua morte. Così fu fino al 1526, anno in cui le reliquie vennero spostate nel Palazzo Albizzieschi della cittadina.

2 – Nella chiesa di Sant’Andrea a Montemassi c’è un ostensorio che contiene alcune reliquie del Santo.

3 – Bernardino trascorse il periodo di noviziato nel Convento del Colombaio a Seggiano, di cui rimangono solo pochi ruderi. Successivamente l’edificio gli fu dedicato. Nella chiesa del Corpus Domini della cittadina alcune reliquie sono conservate all’interno di un’urna, tra cui frammenti di tonaca, un calice e una paterna. Nell’Oratorio di San Rocco c’è un affresco che raffigura il Santo assieme alla Madonna in Trono.

4 – Dentro la chiesa di San Francesco, annessa al Convento dei Cappuccini di Arcidosso, nella pala dell’altare maggiore c’è una Madonna attorniata dai Santi Francesco e Bernardino, opera di Farncesco Vanni datata 1593.

5 – Nel 1289 l’Ordine Francescano acquistò una chiesa benedettina a Grosseto, reintitolandola al fondatore. All’interno San Bernardino è visibile in un affresco del XV°-XVI° secolo.

6 – Un busto-reliquiario ligneo del XVI° secolo è all’interno della chiesa di Santa Maria Assunta a Talamone (comune di Orbetello).

7 – Nella chiesa di San Nicola a Capalbio il Santo è riconoscibile in un affresco della fine XV° secolo.

Quindi due Santi che hanno particolare seguito in tutta la Maremma.

San Cerbone

In Italia sarebbe giunto per sfuggire alle persecuzioni dei Vandali contro i cristiani del Nord Africa. Quindi sarebbe diventato vescovo di Populonia (comune di Piombino) nel VI° secolo, difendendo il villaggio dall’aggressività prima dei Goti, poi dei Longobardi. Fu però costretto a fuggire all’Isola d’Elba, dove morì nell’ottobre 575. Di lui già si raccontavano molti miracoli tra cui quello di una messa accompagnata da un coro angelico.

 

 

La fama raggiunse ben presto la vicina Maremma ma qui arrivarono però solo le spoglie, e nemmeno complete…., quando fu deciso di trasferirle dalla sepoltura originaria nei pressi del Golfo di Baratti (comune di Piombino) a Massa Marittima, nuova diocesi di riferimento.Non a caso la cattedrale (o Duomo) di Massa Marittima è dedicata al Santo. Sul portale ci sono cinque formelle del XIII° secolo con episodi della vita. Nella controfacciata una vetrata, opera senese del XIV° secolo, con storie del Santo. Ancora episodi della vita nel fonte battesimale, scolpiti a metà del XIII° secolo. Quindi gli affreschi San Cerbone accompagnato dalle oche e Crocifissione, i dolenti, San Cerbone e San Bernardino. Infine l’Arca decorata, risalente al 1324, e il reliquiario del dito del Santo, risalente al XIV° secolo.

San Mamiliano

Un personaggio tra leggenda e storia. Nato probabilmente a Palermo, salì al rango di vescovo della città. Il re vandalo Generico lo obbligò a trasferirsi in Africa dove visse in eremitaggio finché, riscattato, si spostò in Sardegna e, successivamente, nella solitaria Isola di Montecristo. Qui, secondo la tradizione, sconfisse un drago.

Morì nel 460 predicendo che il trapasso sarebbe avvenuto quando una nuvola bianca fosse salita verso il cielo. I pescatori vicini osservarono l’evento e si affrettarono verso l’isola per recuperare il corpo. Qui incontrarono però alcuni colleghi provenienti dall’Elba, precipitatisi lì con lo stesso scopo. Ne nacque un’accesa discussione e, alla fine, fu presa una decisione un poco macabra: spartirsi il corpo di Mamiliano. Ma la venerazione si diffuse in tutta la Maremma.

1 – Nella chiesa di San Pietro Apostolo di Giglio Castello (Isola del Giglio, di cui il Santo è protettore) il braccio-reliquiario in argento è conservato in una teca di epoca barocca. San Mamiliano è solennemente celebrato il 18 novembre.

2 – Nel 1460 alcune ossa furono spostate dall’Isola del Giglio a Sovana (comune di Sorano). Inizialmente furono collocate sotto l’altare della chiesa a lui dedicata. Nel 1776 furono trasferite nella cattedrale dei SS. Pietro e Paolo del villaggio. Nella chiesa di Santa Maria Maggiore è visibile l’affresco con San Mamiliano attorno alla Madonna in trono con Bambino, eseguito nel 1508. Il Santo è riconoscibile anche in un frammento di affresco sulla parete destra dell’edificio. Recenti restauri hanno recuperato l’aspetto originale della Chiesa di San Mamiliano, oltreché riportare alla luce 498 monete d’oro bizantine fior di conio, databili tra il 457 e il 474 d.C., nascoste sotto il pavimento. Durante il restauro si è provveduto alla musealizzazione della ex chiesa, ricavando un ampio spazio espositivo ai reperti archeologici riferibili all’epoca romana e al cosiddetto “Tesoro di San Mamiliano”.

San Biagio

Era un armeno diventato vescovo, martirizzato nel 316 d.C. per la sua fede. All’inizio dell’VIII° secolo parte del corpo giunse in Italia e fu oggetto, com’era abitudine, di ulteriore spartizione. Secondo la tradizione veniva invocato per le malattie della gola e per ammansire animali imbizzarriti e fiere selvatiche.

1 – Nella chiesa a lui dedicata a Caldana (comune di Gavorrano) c’è l’affresco San Biagio in adorazione del Crocifisso, opera attribuita a Giuseppe Nicola Nasini. Una reliquia del santo è all’interno di un ostensorio in ebano e argento sbalzato del XVIII° secolo.

 

2 – Nella cattedrale di Santa Maria Assunta a Orbetello la seconda cappella della navata destra è dedicata al Santo, patrono della cittadina e celebrato nel mese di maggio. Qui è conservato il cranio ritrovato, secondo la tradizione, in località Ansedonia. Il busto-reliquiario in legno dorato è collocato sull’altare. Nel coronamento spicca il busto in rilievo San Biagio in gloria. Nella chiesa di San Francesco di Paola c’è una pala del XVII° secolo dove il Santo è ben riconoscibile.

 

 

 

San Guglielmo

La connotazione storica è incerta. Sarebbe stato un cavaliere francese che, nel XII° secolo, si ritirò in eremitaggio nell’area di Malavalle. Avrebbe anche sconfitto un drago che infestava la zona. Poco prima della morte avrebbe dato le prime disposizioni per il costituendo Ordine dei Guglielmiti, la cui regola fu poi trascritta da un discepolo. Come consuetudine, ma circa un secolo dopo, le reliquie furono disperse tra varie località. Tra queste il convento di Malavalle, costruito proprio sul sepolcro di Guglielmo ma divenuto rudere a partire dal XVII° secolo.

1 – Alcune reliquie del santo sono conservate nella chiesa di Sant’Andrea Apostolo a Tirli (comune di Castiglione della Pescaia).

2 – Nella chiesa di Santa Maria Assunta di Buriano (comune di Castiglione della Pescaia) c’è un gruppo ligneo del XVII° secolo che raffigura il Santo che fronteggia il drago. Una tela dello stesso periodo raffigura Madonna con Bambino, San Sebastiano e San Guglielmo. Il Santo è raffigurato anche nel dipinto Madonna del Rosario. Infine c’è un braccio-reliquiario in argento sbalzato e cesellato del XVIII° secolo.

3 – Nella chiesa di San Giovanni Battista a Castiglione della Pescaia ci sono alcune reliquie di San Guglielmo, divenuto protettore della cittadina. Una teca d’argento, posta sotto una tela del XVII° secolo a lui dedicata, contiene le braccia e le gambe. Quindi un altare tardo-barocco dedicato al Santo.

Per terminare due figure meno conosciute, anche se intimamente legate alla Maremma e qui onorate.

San Feriolo

Secondo la tradizione Feriolo fu un soldato romano che si era convertito al Cristianesimo. Per sfuggire alla persecuzione fuggì in Maremma ma qui fu ucciso da alcuni commilitoni nei pressi di una fonte. Il sangue si mescolò all’acqua che, da quel momento, acquisì proprietà curative. Il culto del soldato-martire si fuse poi con quello di un Beato di Montemassi che aveva lo stesso nome al punto tale che poi è diventato difficile distinguerli.
Nel villaggio di Montemassi (comune di Roccastrada) l’attuale chiesa di Sant’Andrea fu inizialmente dedicata a tre Santi: Andrea Apostolo, Genziano, Feriolo. Alcune reliquie di quest’ultimo sono conservate in un armadio dipinto realizzato nel XVII° secolo mentre di un secolo più tardi sono un busto-reliquiario e un braccio-reliquiario.

Beato Giacomo

Giacomo Papocchi trascorse tutta la vita a Montieri. Dopo essere stato incarcerato per furto nel 1243 (e punito con la mutilazione di una mano e di un piede), fece atto di penitenza e si ritirò in eremitaggio. Alcuni miracoli furono testimoniati dopo la sua morte, avvenuta nel 1289. Non a caso è divenuto il patrono del villaggio.
Nella chiesa dei SS. Michele e Paolo c’è un altare dedicato al Beato con una tela (XVIII° secolo) e, nell’edicola, il busto-reliquiario risalente al 1670. Il corpo è contenuto in un’urna di stucco sopra l’altare maggiore. Nella chiesa di San Giacomo è visibile la tela Comunione del Beato risalente al 1614/1618. Accanto all’edificio principale è rimasta la piccola cella in cui Giacomo chiese di essere murato dentro perché la penitenza fosse totale.

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