trekking1La Toscana è il luogo perfetto per concedersi delle piacevoli passeggiate, senza perdere il gusto dell’avventura, della scoperta e del divertimento. I percorsi di Trekking  sono un modo eccezionale per scoprire le meraviglie di questa regione dove fascino storico e natura si fondono egregiamente regalando spettacoli mozzafiati.  Infatti, le testimonianze storiche affiorano dal verde, le usanze tipiche di un territorio, tutt’ora ancorato al suo passato, si mostrano in tutta la loro essenza. Per gli amanti del trekking, così come per coloro che semplicemente desiderano lasciarsi incantare dalla naturale tranquillità dei luoghi, la Toscana offre percorsi, di diversa difficoltà e durata, adatti ad ogni esigenza, da famiglie con bambini che potranno approfittare dei percorsi più semplici e divertenti, ai più esperti  in avventura  nei sentieri più impegnativi.

Provincia di Siena

Percorsi trekking naturalistici in Val dìOrcia

valdorcia2La Val d’Orcia è un’ampia valle vicina al confine tra Toscana  ed Umbria che si estende, in gran parte, nella provincia di Siena e, una piccola  parte, in provincia  di Grosseto. Attraversata dal fiume Orcia, che dà il nome, è caratterizzata da gradevoli panorami paesaggistici, primo tra tutti un susseguirsi di colline dolci e rotondeggianti, spesso adornate da caratteristici filari di cipressi e modellate da torrenti, calanchi, e biancane che danno il colore cinerino della creta. Naturalisticamente accattivante nella quale il carattere agricolo della sua economia e il persistere dei suoi abitanti in attività legate al solo hanno salvaguardato il rapporto uomo-ambiente, la Val d’Orcia è stata riconosciuta dall’UNESCO come patrimonio dell’umanità. Il paesaggio attuale non molto diverso da quello che affascinò i grandi pittori del  Medioevo o del Rinascimento, i viaggiatori europei del “grand-tour”, gli scrittori inglesi, tedeschi e francesi.

L’antica via  Francigena, ruota medievale di pellegrinaggio verso Roma,  attraversando la zona, per secoli permise ai piccoli centri di crescere,  che però senza mai si sono arresi totalmente  al progresso. Questi piccoli centri abitati che ancora mantengono le tracce del passato storico,  oggi  accogliono gli ospiti turisti come un tempo i viandanti ed i pellegrini. Particolarmente attraente  è il richiamo enogastronomico. Innanzi tutto per i vini superbi: tanto per citarne due il Brunello di Montalcino e la nuova denominazione del vino DOC Orcia. Ma anche altri prodotti agro-alimentari hanno ottenuto la meritata notorietà: i pici, i salumi di Cinta Senese e il formaggio Pecorino di Pienza.

Sotto ci sono alcuni percorsi molto interessanti dal punto di vista storico-naturalistico.

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Itinerario 1 - dintorni Chianciano Terme

TIPOPercorso naturalistico  in bici, moto, macchina
ZONA Val d'Orcia
PARTENZAquadrivio Vittoria – Chianciano Terme (SI)
ARRIVO quadrivio Vittoria – Chianciano Terme (SI)
LUNGHEZZA 28 chilometri
TEMPO DI PERCORSO  3 ore in bici
DIFFICOLTAfacile
DISLIVELLO 300m
ATTRAZIONI La Vittoria, Traversa, Amiata, via Cassia, Strada della Bonifica
INFORMAZIONI

Consigliato, particolarmente, per il tardo autunno e per l’inverno quando la Val d’Orcia raramente è soggetta a nebbie e i livelli di piovosità sono inferiori alla media stagionale. Il percorso, che per oltre la meta e pianeggiante e per il resto ondulato, con brevissime salite che non superano i 300 metri di lunghezza.  Si consiglia di trasferirsi con l’auto al quadrivio de La Vittoria. Si prende la strada in direzione Siena, dopo circa un chilometro e mezzo, allo svincolo, girare a sinistra e percorrere la traversa Amiata fino all’immissione, a destra, sulla Cassia che si segue per circa 10 chilometri fino al bivio con la provinciale della Val d’Orcia che si percorre fino al punto di partenza che raggiungiamo dopo poco più di 28 chilometri.

È un percorso da fare senza fretta per osservare con calma l’eccezionale ambiente, caratterizzato da un particolare paesaggio rurale dal sapiente e millenario lavoro umano. Risalendo il limpido torrente Formone si incontra, sulla destra, un bell’esempio di crete senesi, caratteristiche formazioni a cupola, dette anche ‘calanchi’ o ‘biancane’, di colore biancastro a causa dell’emergente solfato di sodio. Nei successivi dieci chilometri, che ripercorrono sostanzialmente il tracciato della medievale via Francigena, i caratteristici paesaggi della valle: all’orizzonte l’inconfondibile profilo di Pienza, a sinistra la maestosa struttura della rocca di Castiglione d’Orcia, e davanti Bagno Vignoni e S. Quirico.

Più avanti il castello medievale di Spedaletto. Dopo poco una salita contornata da cipressi, si consiglia una sosta sulla cima: da destra a sinistra, la fattoria fortificata della Rimbecca, il Formone che si immette nell’Orcia e sullo sfondo il massiccia dell’Amiata, quindi Castelvecchio, la maestosa rocca di Radicofani, il monte Cetona ed i monti di Pietraporciana.

Itinerario 2 - anello Montepulciano

TIPOPercorso naturalistico in bici, moto o macchina
ZONA Val d'Orcia
PARTENZA Chiesa di San Biagio, Montepulciano (SI)
ARRIVO Chiesa di San Biagio, Montepulciano (SI)
LUNGHEZZA 46 chilometri
TEMPO DI PERCORSO 10 ore in bici
DIFFICOLTA medio impegnativa
DISLIVELLO 500m
ATTRAZIONI Montepulciano ( chiesa di S.Biagio) , Poggio Colombi (SS.146), Madonnino, Badia Sicille, Trequanda, Montelifrè, Montisi, Castelmuzio
INFORMAZIONI

Caratterizzato da continui saliscendi con salite piuttosto impegnative anche se brevi. II punto critico si trova al termine della ripida discesa dopo Montisi: una salita che nei primi 500 metri presenta pendenze accentuate, poi diventa progressivamente pedalabile. Partenza dalla chiesa di S.Biagio di Montepulciano. Prendere la SS 146 in direzione Pienza fino al bivio per Torrita; dopo circa 3 Km, si può fare una deviazione per Montefollonico e dopo altri 5 Km per I’antico monastero di Sicille, purtroppo la chiesa tardo romanica si può osservare solo dall’esterno. Tornati sul percorso si prosegue a destra fino a Trequanda, interessante il centro storico, per poi proseguire verso Montisi che si supera sulla sinistra; al successivo bivio prendere per Castelmuzio, da notare i ruderi del castello di Montelifre. Prima del centro abitato si consiglia una breve deviazione, sulla destra, per la Pieve Romanica di S. Stefano a Cennano.

Si prosegue quindi per Petroio, qui e possibile fare rifornimento d’acqua ad una fonte sulla strada, si continua poi in salita. Prima della cima, a destra, le fornaci che producono la caratteristica e famosa terracotta.  Arrivati al quadrivio del Madonnino girare a destra, riprendendo la strada già percorsa verso Montepulciano, fino al punto di partenza dopo circa cinquanta chilometri.

Caratteristiche ambientali e storiche:

II territorio che si attraversa è incontaminato, notevole il paesaggio, diffusissime le testimonianze storiche. II paesaggio agrario e segnato da oliveti, vigne e pascoli, allevamenti di pecore, di bovi di razza chianina e di cavalli. Montefollonico, Trequanda, Montisi, Montelifre, Castelmuzio e Petroio, sono i castelli, i borghi e i centri di origine medievale.  Le pievi di Sicille, dei SS. Pietro e Andrea, con un affresco del Sodoma, a Trequanda, e di Santo Stefano a Cennano, offrono splendidi esempi di architetture romaniche.

Itinerario 3 - Montalcino - Bagno Vignoni

TIPO Percorso naturalistico, a piedi, bici, a cavallo
ZONA Val d'Orcia
PARTENZA Abbazia di Sant'Antimo, Montalcino (SI)
ARRIVO località Bagno Vignoni
LUNGHEZZA 12 chilometri
TEMPO DI PERCORSO 2 ore e 30 minuti
DIFFICOLTA medio impegantivo
DISLIVELLO 400 m
ATTRAZIONI S. Antimo,  S. Pio Loreto, Ripa , Bagno Vignoni
INFORMAZIONI

Il tratto, anche se non è molto lungo, è abbastanza faticoso, presenta scorci panoramici molto interessanti e validi centri d’interesse. La prima parte non presenta difficoltà, mentre nella seconda assume un carattere quasi escursionistico, nel senso che scompare la strada e si cammina per lunghi tratti nel letto del fiume, fra sassi di grandi proporzioni e passaggi stretti e disagevoli. Utili i cannocchiali e la macchina fotografica per gli appassionati. L’elemento dominante di quest’itinerario è il fiume : l’Orcia e l’Asso.

La strada  corrisponde per lunghi tratti a quella che, in origine, collegava per la via più diretta la Francigena con l’Abbazia di S. Antimo. Il percorso è abbastanza tormentato e finisce per immettersi a Bagno Vignoni su di un tratto dell’antica ‘Romea’, che i pellegrini prima ed i viaggiatori poi, hanno spesso ricordato nei loro diari di viaggio. S. Quirico, Spedaletto, La Scala, Le Briccole e molti altri piccoli centri hanno ospitato per secoli coloro che andavano a Roma. Ma prima di lasciare la zona di S. Antimo e di prendere la strada che porta a Bagno Vignoni seguendo l’Orcia, si consiglia di compiere una breve disgressione verso il castello della Velona, che sorge a circa un chilometro in direzione Stazione Monte Amiata. Dalla strada asfaltata, sulla destra, si apre una strada poderale fra i lecci che, risalendo dolcemente la collina, conduce direttamente al castello. L’edificio è attualmente molto rimaneggiato. Il paesaggio che si abbraccia dal balcone consente una vasta ricognizione visiva: si vede infatti ad est il castello della Ripa, la Rocca d’Orcia e di Castiglione. Il fiume che passa sotto scorre  verso l’Ombrone.

Tornati al bivio di Castelnuovo dell’Abate, di fronte all’Osteria Bassomondo, si prende la strada poderale che si apre di lato, sulla sinistra.  E’ una carrabile che sale fra i cipressi verso la sommità della collina, lasciando sulla destra la piccola cappella di S. Francesco. In basso, sulla sinistra, si vede ancora l’Abbazia di S. Antimo, il Poggio d’Arna e il Poggio Castellare, più vicino la strada che sale a Montalcino. Un po’ più in alto la strada diviene pianeggiante e costeggia un grande oliveto. Si passa vicino al podere S. Giorgio e poi al podere Fornace. Sono case coloniche costruite col galestro scuro del luogo, che hanno la caratteristica struttura della casa d’alta collina: dimensione piccola, forma accentrata, poche aperture in difesa del freddo e dell’umidità.

Proseguendo sulla collina ultima, prima della discesa, si incontra, sulla destra, la mole tozza del podere S. Pio-Loreto, due case coloniche che formano un agglomerato molto bello sui resti del castello di Oreto, che già nel 1208 era inserito nel sistema difensivo della Repubblica senese. Si dice che in questa fortificazione furono concentrate al tempo dell’assedio ispano-mediceo, tutte le ‘bocche inutili’ della città di Montalcino, nel tentativo di rendere la difesa più duratura e compatta. Qui la strada prende a scendere sul crinale in modo piuttosto deciso. Più avanti si incontra il podere Casalta, sulla sinistra, quindi la strada si inclina fortemente passando sopra la galleria della ferrovia e girando improvvisamente a destra scende praticamente al livello del greto dell’Orcia. Sulla sinistra, fra le piante e la macchia, scorre l’ultimo tratto dell’Asso, che proprio in questo punto confluisce, per mezzo di un piccolo estuario fluviale, nell’Orcia, formando un discreto ‘pelago’.

Passato l’Asso si deve incominciare a risalire la riva dell’Orcia verso il castello della Ripa, che si nota chiaramente in alto a sinistra a precipizio sul fiume. Dopo il borro iniziale, troverete che il letto del fiume diviene abbastanza ampio e sassoso, chiuso come in una gola che diviene sempre più stretta. E’ sul greto che bisogna camminare, spostandosi fra i macigni e i salici, evitando il corsoio e gli accumuli fangosi di terra. Il tratto è piuttosto impegnativo ma anche molto bello e interessante dal punto di vista naturalistico. Qui vivono ancora molti animali selvatici. Sotto il castello della Ripa, che si noterà sicuramente, prima che le sponde del fiume divengano pareti quasi inabbordabili, sulla sinistra, si trova una strada poderale incassata fra la macchia che risale la collina. E’ la strada che porta al castello e che bisogna percorrere per continuare l’itinerario. E’ da qui che si giunge al castello, cui vale la pena dare un’occhiata camminando, dove è possibile, sotto le mura perimetrali. Il lato che guarda verso sud è particolarmente affascinante in quanto si affaccia sullo strapiombo sovrastante il fiume, offrendo uno spettacolo raro dalle nostre parti. Seguendo il lato che guarda il nord si ottiene invece il risultato di riuscire a dominare e rivedere gran parte del tratto compiuto a piedi, sovrastato da uno scorcio panoramico vastissimo sui boschi e sulle colline prossime all’Orcia. Il castello della Ripa apparteneva nel ‘300 alla famiglia Salimbeni, feudatari molto potenti che egemonizzavano tutto il territorio circostante.

Dal castello si prende a camminare sulla strada che va in direzione nord-est risalendo la collina opposta. Dopo circa quattrocento metri, sulla destra, si prende la strada che inizia a scendere stretta tra una fontanella ed una radura di cipressi. Poco dopo si incontra un piccolo cimitero sulla sinistra e avanti ancora si entra nella macchia formata da lecci, quercioli e scopi. Si scende decisamente, seguendo la forte inclinazione della strada, verso I’Orcia. La strada era, un tempo, di notevole importanza e collegava stabilmente la Ripa con Rocca e Castiglione d’Orcia. Ciò lo si può capire una volta giunti al livello del fiume, dove i resti di un ponte di notevoli dimensioni giacciono rovesciati sul greto ed una vecchia ‘passerella’ sta ancora sospesa fra le due rive. Il fiume diviene in questo punto molto bello ed il paesaggio acquista interesse e movimento. Dalla parte opposta sorge un vecchio mulino di cui si possono ancora vedere, al piano terra, le macine e parte dell’antico impianto.

Da qui, seguendo la riva sinistra del fiume, si percorrono circa 400 metri nel letto ciottoloso, poi, nel bosco che inizia sulla sinistra, si cerca un sentiero che allargandosi sempre più, procede verso Bagno Vignoni. Ad un certo punto si incontra un impianto abbandonato di artigianato del travertino; si procede ancora seguendo la strada ormai larga e battuta. Giunti sotto la cascata  si può salire direttamente seguendo sulla sinistra il sentiero che si arrampica fino in cima, lasciando intravedere, lungo il percorso, aperture di un vecchio mulino ricavato nella roccia sotto la ripida scarpata. Si arriva cosi direttamente nel piccolo centro termale. Se si ritenesse l’arrampicata troppo ripida, si può proseguire la strada fino all’asfalto che, girando a sinistra, arriva nel villaggio. Bagno Vignoni è un piccolo centro termale molto interessante, sorto intorno alla bellissima vasca medievale. Le acque di Bagno Vignoni erano conosciute ed apprezzate anche dagli etruschi e soprattutto dai romani. Anche Lorenzo il Magnifico e S. Caterina da Siena le apprezzavano per la loro virtù terapeutica. Davanti a Bagno Vignoni si apre la conca d’acqua dolce dell’alta Val d’Orcia, un’altra vasta zona degna di essere visitata e conosciuta passo passo.

Itinerario 4 - Il trekking dei briganti tra la macchia ed i poderi

TIPOPercorso naturalistico a piedi, bici, moto
ZONA Val d'Orcia
PARTENZA Montalcino
ARRIVO località Bagno Vignoni
LUNGHEZZA 16 chilometri
TEMPO DI PERCORSO 7 ore e 30 minuti a piedi
DIFFICOLTA media
DISLIVELLO 300m
ATTRAZIONI Montalcino,  Vallafrico, Manachiara,
Barbi,  Caggiolo, Ripa
INFORMAZIONI

Si tratta di una lunga e bellissima passeggiata che  porta, attraverso una zona quasi disabitata nell’alta Val d’Orcia.   Si deve prima di tutto raggiungere il bivio che, a Montalcino, sotto la fortezza, vede partire la strada per S. Antimo. E’ su questa che bisogna camminare per circa quattro chilometri in leggera discesa, lasciando alle spalle il centro storico con le torri ed i campanili che spariscono lontani ed un bellissimo paesaggio collinare animato da bosco e vigneti che si apre davanti.  Ad un certo punto, sulla sinistra, troverete la strada bianca che si dirige verso la fattoria dei Barbi (le indicazioni non mancano). Dopo qualche centinaio di metri percorso in questa strada, prima del laghetto, si devia ancora a sinistra per una poderale che scende sul fianco interno della collina. Si cammina fra i boschi che divengono sempre più vicini e più fitti. Ad un certo punto, sulla sinistra in basso, in uno spazio luminoso tagliato fra i querceti si nota la mole complessa e movimentata del podere Scopone. Poco dopo si incontra sulla strada il podere Vallafrico, per poi proseguire fra l’infittirsi dei cespugli di corbezzolo, pianta molto bella nella sua veste autunnale, con le bacche rosse che emergono a piccoli grappoli nella macchia. Le querci sono qui piuttosto adulte, hanno una chioma folta e mettono in bella evidenza, d’inverno, cespugli di vischio, quello indispensabile a fare la ‘pania’, usata per la cattura di uccelli nell’epoca passata.

Si cammina ancora per un chilometro in questo paesaggio e si giunge alla fine della strada in prossimità del podere Manachiara, una costruzione molto bella che guarda la valle dell’Asso. La casa colonica possiede una loggia coperta sorretta da robuste colonne di pietra e costituisce l’accesso ad un abitato piuttosto vasto, coperto da un tetto a spiovente su cui si innalza una torre. Uno stemma murato sulla parete testimonia l’origine antica di questa bella abitazione rurale, che si colloca in prossimità del luogo dove sorgeva l’antichissima Pieve di S.Piero ad Asso (oggi podere S. Piero), centro religioso ed economico molto importante dell’alto medioevo. Da qui si prende sulla destra la strada che scende verso il fosso. Mano a mano che scende si fa sempre più incassata nella macchia, fino a quando, nella massima profondità, attraversa il fosso di Manapietra, quasi completamente nascosto nell’infittirsi dei lecci. Da questo punto molto umido e fresco si risale lentamente, in un contesto vegetale delizioso, verso il podere Pinsale. La casa è di piccole proporzioni, e ben orientata verso il mezzogiorno e sorge graziosamente sul limitare di un antico oliveto sfuggito alla falcidia delle ultime gelate, che disegna un paesaggio, tornato improvvisamente dolce e coltivato, dopo l’asprezza silvestre del tratto precedente.

Tenendosi sempre sulla destra, si arriva poco dopo alla strada principale che porta ai Barbi, la fattoria che si intravede sotto la collina. Il nucleo più antico della casa colonica è gradevole; piacevole soprattutto il movimento dei volumi che compongono l’edificio. La fattoria occupa una posizione di dominio sopra una zona piuttosto periferica e selvaggia frequentata, a quanto si dice, dai più celebri briganti del secolo passato. A questo luogo è legato soprattutto il ricordo di ‘Bruscone’, personaggio a metà fra il girovago e il brigante di cui ci parla Florio Nardi nel suo ‘quaderno’ intitolato ‘Bruscone ultimo brigante d’Italia’, appellativo da cui ha preso il nome anche un celebre vino.  Bruscone, colono per un certo periodo in questa fattoria, pare avesse una certa amicizia con il più noto e anche più crudele ‘Baicche’, brigante a pieno titolo, cui si accenna nella scheda sulla ‘strada maestra’. La fama maggiore di Bruscone è legata ad un episodio, ancora abbastanza oscuro, nell’ambito del quale Baicche cadde ferito e subito dopo arrestato. Sembra che Bruscone, pericoloso più per i pollai che per le persone, abbia in questa occasione sfoderato un grande coraggio e propiziato indirettamente l’arresto di Baicche. Per quale motivo? ‘Cherchez la femme’ recita un acuto proverbio francese…

Dai Barbi si scende verso il fondo della piccola valle, oltrepassando l’abitato e camminando per il sentiero che segue il crinale, oppure camminando per la strada poderale che, facendo un giro più  ampio, parte dall’aia della casa colonica.In ogni caso si arriva poco dopo in prossimità del ‘Molin del fiore’, una casa colonica molto bella ed evidentemente antica, ex mulino sull’Asso che scorre accanto. L’abitato è sormontato da una torre che testimonia l’antica fortificazione e nei particolari dell’edificio si coglie una certa ricercatezza architettonica. A questo punto si deve risalire in direzione sud il corso del fiume per duecento metri, fino’ a raggiungere la ferrovia. Facendo un po’ di attenzione si deve attraversare il ponte ferroviario, i binari e scendere nel bosco che prosegue, cercando (ma è bene evidente)la strada che risale la collinetta.  Si sale prima rapidamente, poi più dolcemente, cercando di raggiungere la casa colonica che si vede in alto, dove La collina si ‘pulisce’ dalla macchia, per fare spazio alle coltivazioni. Si arriva così al  Caggiolo, così si chiama il podere, dopo un’altra salita che si snoda sul crinale. La casa colonica si colloca in una bella posizione panoramica e solatia, è costruita in pietra e possiede un ampio portale, quasi elegante, che introduce al piccolo cortile su cui si aprono gli annessi. La strada attraversa l’aia e prosegue fino a quando non si divide ad un bivio che si incontra poco dopo.

A sinistra si imbocca la carrabile che si dirige a S, Piero, Collalli, Torrenieri, a destra la poderale, che è ormai quasi un sentiero, che va alla Ripa. E’ quest’ultima che dobbiamo prendere tenendosi sempre sulla destra per seguire l’itinerario descritto. Il percorso prosegue fra due ali continue di macchia, fra cui domina la presenza del corbezzolo e del leccio. Dopo un po’ la strada incomincia a scendere, poi diviene ancora pianeggiante. Si incontra una graziosa fonte, sulla sinistra, quasi ricoperta di muschio e di capelvenere poi, dopo una breve discesa, si arriva al podere S. Pietro, una casa colonica costruita secondo la tipologia altocollinare, che domina in modo così centrale lo spazio vivibile della piccola valle. Da qui il sentiero prosegue verso il castello della Ripa, risalendo la collinetta verso la strada carrabile lungo la quale sorge una chiesetta settecentesca. Giunti a questo punto è consigliato dare un’occhiata esterna al castello ed alla natura che lo circonda. Mentre ci si avvicina al grande edificio si noterà, sulla destra, una bella siepe di mirto profumato, una rarità da queste parti, e poco più in avanti, sulla sinistra, una fonte nascosta nella grotta nella quale si distinguono ancora chiaramente le ripartizioni dello spazio legato alle funzioni di abbeveraggio e di lavatura; un angolo molto bello dove si è espressa una ruralita antica e severa. Al castello non si può accedere, di norma, ma è molto bello percorrere parzialmente il giro esterno delle mura.

Sulla sinistra si giunge, attraverso il passaggio che si apre prima dell”ingresso’, sullo strapiombo sull’Orcia. E’ un luogo incantevole, di grande fascino dal punto di vista paesaggistico e naturalistico. La rupe, seminascosta dalla macchia, incombe sul corso d’acqua che scorre perennemente al fondo della gola. La foresta prosegue oltre il fiume sulle colline concedendo rari spazi ai pochi poderi solitari. Come già accennato nell’itinerario precedente, il castello apparteneva nel ‘300 alla famiglia Salimbeni, feudatari potenti e irriducibili che lottarono secoli prima di cedere al comune senese. Successivamente il castello divenne proprietà dell’Ospedale senese e successivamente dei Piccolomini.  Anche sulla destra, di chi guarda I’ingresso, si apre uno strettissimo sentiero che, girando sotto le mura perimetrali, vi porta sul ciglio della gola, in una zona bella e panoramica. Da qui si può, con qualche sforzo in più, scendere nel fiume volendo osservare o fotografare dal basso la rupe. Lo sforzo eventuale sarà ripagato dallo spettacolo. Dopo la visita a questo castello si prende a camminare sulla carrabile che si avvia unidirezionalmente verso nord-est. Dopo alcune centinaia di metri si arriva ad un bivio da cui, sulla destra, parte una strada poderale stretta inizialmente fra una fontanella ed un boschetto di cipressi. Si deve imboccarla, oltrepassare sulla destra il piccolo cimitero e iniziare a scendere nel bosco.

Dalla massicciata pesante e ben stratificata si capisce che non si tratta di un sentiero ma di un’antica strada un tempo ben tenuta e molto trafficata. Ci si rende conto di questo ancora di più quando, giunti dopo due chilometri al livello del fiume, seguendo un dislivello di quasi duecento metri, ci si trova di fronte ad un ponte franato in mezzo al fiume, con i pilastri di travertino ben levigati e di notevole volume.  La strada che da secoli collegava La Rocca e Castiglion d’Orcia con la Ripa, con la valle dell’Asso e con S. Quirico, in alternativa alla Francigena, resto interrotta nel 1929 a causa di una grande piena dell’Orcia che porto via il ponte. Molto interessante il mulino abbandonato che si vede nella riva opposta.  Da qui (siamo alle Mulina) si prende a camminare sulla sinistra del fiume per circa  600 metri, fino a quando sempre sulla sinistra, nel bosco, non si trova il sentiero che, parallelamente al fiume, vi porta prima alla cava abbandonata di travertino e successivamente a Bagno Vignoni. Ad un certo punto si incontra un impianto abbandonato di artigianato del travertino; si procede ancora seguendo la strada ormai larga e battuta. Giunti sotto la cascata  si può salire direttamente seguendo sulla sinistra il sentiero che si arrampica fino in cima, lasciando intravedere, lungo il percorso, aperture di un vecchio mulino ricavato nella roccia sotto la ripida scarpata. Si arriva cosi direttamente nel piccolo centro termale.

Se si ritenesse l’arrampicata troppo ripida, si può proseguire la strada fino all’asfalto che, girando a sinistra, arriva nel villaggio. Bagno Vignoni è un piccolo centro termale molto interessante, sorto intorno alla bellissima vasca medievale. Le acque di Bagno Vignoni erano conosciute ed apprezzate anche dagli etruschi e soprattutto dai romani. Anche Lorenzo il Magnifico e S. Caterina da Siena le apprezzavano per la loro virtù terapeutica. Davanti a Bagno Vignoni si apre la conca d’acqua dolce dell’alta Val d’Orcia, un’altra vasta zona degna di essere visitata e conosciuta passo passo.

Itinerario 5 - La via Lattea in Val d'Orcia

TIPOPercorso naturalistico a piedi
ZONA Val d'Orcia
PARTENZA località Bagno Vignoni
ARRIVO località Bagno Vignoni
LUNGHEZZA 18 chilometri
TEMPO DI PERCORSO 4 ore
DIFFICOLTAmedia
DISLIVELLO 100 m
ATTRAZIONI Bagno Vignoni,  Poggio Bacoca,  Pieve di Corsignano, Terrapille, Acqua Puzzola
INFORMAZIONI

Tutto ciò che si incontra nel  territorio della Val d’Orcia è direttamente collegabile, se possiede un minimo di rilievo storico, con la presenza della grande via Fracigena o Romea. Ancora oggi centinaia di viaggiatori, a piedi, in bicicletta e, molti di più in macchina, ripercorrono la famosa strada in cerca di tutto ciò che ricordi il suo grande passato come ex spedali, resti di ponti, vecchie locande, chiese e tabernacoli, che oggi sono finiti fuori dal moderno tracciato.Si parte da Bagno Vignoni guadagnando la riva sinistra dell’Orcia (di chi volta le spalle alla sorgente) e risalendo per alcune centinaia di metri il suo corso. Si guada il torrente in corrispondenza della strada campestre che, dal lato opposto, giunge fino alla riva. Questa porta rapidamente ad attraversare la provinciale in corrispondenza del podere Commenda, da dove un vecchio tracciato della romea prosegue verso nord-est. Non lontano dal punto in cui si è attraversato l’Orcia (andando verso sud) si trovano i resti di un ponte che testimoniano l’antica ubicazione della strada, servita nell’epoca dell’antico spedale di Spedaletto, edificio fortificato, molto noto ai pellegrini che si recavano a Roma e di grande effetto architettonico, che sorge a due chilometri di dista strada, suggerisce la probabile esistenza in questo luogo, in epoca lontana, di un punto di ricovero o di sosta o la presenza di un luogo di protezione dei viaggiatori. In ogni caso sappiamo che questa parte del vecchio tracciato fa parte della XIII° tappa indicata dall’arcivescovo di Canterbury Sigerico, nel suo diario di viaggio, nel X° secolo.

La strada sale infatti la collina, lascia sulla sinistra la mole voluminosa del podere Casellona e prosegue in modo tormentato verso il tracciato attuale con il quale si incontra in prossimità di un’edicola più volte rimaneggiata, che sorgeva un tempo a lato del vecchio tracciato. Attualmente le cattive condizioni del fondo stradale di questo tratto rivelano l’esistenza di una massicciata, sotto il fondo polveroso, di notevole consistenza, tipica, un tempo, delle strade di grande importanza, dove scorreva un traffico continuo di carri e di persone. Qui il paesaggio è molto interessante perché caratterizzato fortemente da strade poderali convergenti fiancheggiate da cipressi, da grandi querce, da un piccolo fosso nascosto nel verde. Giunti alla strada asfaltata dobbiamo proseguire sulla destra nella successiva strada bianca che, dopo circa cinquanta metri, entra di nuovo nei campi e si dirige verso le colline che si vedono in lontananza. La strada corre prima pianeggiante, poi si impenna all’improvviso, lascia sulla sinistra due grandi querci ed in alto un podere di travertino e cotto chiamato Casabianca. Superata la collina si continua a camminare lasciando sulla sinistra il podere Poggio Bacoca, costruito in modo molto semplice con mattoni rossi.

Dopo un po’ di saliscendi sulle colline argillose la strada attraversa un boschetto, quindi prende a salire verso la mole rossastra di Costilati, un antico podere che si innalza sul ciglio del costone che fronteggia la valle. Un po’ prima pero, a sinistra, si incontra una poderale che porta alla chiesetta di Vitaleta (da vita laeta) collocata pittoricamente su una collinetta che molti, dalla strada che va a S. Quirico, si fermano volentieri a fotografare. Il bianco travertino della facciata spicca sulla creta o sul verde o sul giallo delle colture e da lontano, specie al tramonto, assume toni sfumati di grande poesia. Giunti a Costilati (i toponimi hanno spesso in questa zona una chiara etimologia latina) vale la pena soffermarsi un poco a guardare l’angolo di valle che si apre improvvisamente di fronte. Una valle chiusa in alto da boschi con le piccole strade serrate dalle crete che salgono a Pienza, i fossi anemici che rigano i colti segnati dalla macchia vicina odorosi di timo, i quercioni che punteggiano i campi. In primavera qui nascono distese di frumento o di biade che, sotto la spinta ondulata del vento, sembrano infrangersi in una fuga verde-azzurra contro i filari o i cordoni di macchia che nereggiano in fondo.

Le case coloniche segnano antiche strade e nella loro dignità povera e antica trattengono ancora il paesaggio legato alla sua storica armonia. Si deve imboccare la strada che scende a valle sotto il podere, quasi a precipizio, e poi risale verso il podere S. Tito detto ora Poderi Novi e all’altro vicino chiamato Le Moggiaglie. Sono due costruzioni diverse ma collocate splendidamente sulle crete e vale la pena di soffermarsi un po’ intorno prima di proseguire la strada che porta ancora più in su, verso la Pieve di Corsignano. Questa dista da qui meno di un chilometro e si raggiunge in pochi minuti. La strada ad un certo punto diviene più larga, una carrabile di campagna che lascia sulla destra una bella casa di podere restaurata, Il Colombaio, con la caratteristica torre ed i cipressi a pennello vicini, poi una fonte sulla sinistra seminascosta dai rovi, quindi, al termine di una breve salita, la pieve. La pieve di Corsignano è al centro di un antico sistema viario medioevale che andava e veniva dalla Francigena, collegando alla chiesa decine di poderi e di case sparse che componevano una piccola comunità rurale, detta Rutiliano, da cui prendeva un tempo anche il nome la stessa pieve. La sua origine è collocata dagli studiosi variamente fra il VII e il X secolo. Le parti più antiche sono il campanile di stile ravennate e la cripta, oltre alla parte della navata destra su cui poggiava molto probabilmente, la chiesa altomedioevale che, come usava, si innalzava ad una certa distanza dal campanile. La storia della pieve, legata alla storica contesa delle diciannove pievi fra i vescovi di Siena e Arezzo, protrattasi per quasi sei secoli, ha un notevole fascino dovuto ai suoi decori romanici ed alla sua struttura architettonica attuale, che risale probabilmente al XII-XIII secolo. Vale la pena di visitare l’interno e la cripta, così come dare un’occhiata intorno, visto che il luogo è particolarmente bello.

Varie antiche strade che portavano dalla Pieve sulla via Francigena, una variante della quale ha transitato, per un certo periodo, non molto lontano da qui (seguendo la direttrice Ginestreto – Costilati – Casa a Tuoma – Cosona – Pieve a Salti) testimoniano ancora l’importanza avuta nel passato da questo angolo di Val d’Orcia insieme alle numerose case coloniche antiche e fortificate che si trovano in questa zona: da Favolello, alla Valle, all’ Arpicella, a Costilati, a Gretaiole. Dalla Pieve di Corsignano si ritorna a Bagno Vignoni seguendo un altro antico tragitto, che si snoda toccando poderi antichissimi, il quale ha collegato questa zona con lo spedale di Spedaletto, in prossimità del quale il ‘ponte romano’ (come è ancora chiamato l’emergere di ruderi di sei campate in mezzo al fiume), permetteva alla via Francigena di attraversare l’Orcia. Questo itinerario è stato segnalato già all’inizio di questo capitolo. Dalla pieve, oltrepassato il podere, si scende a valle seguendo il sentiero che va a Terrapille. In fondo alla discesa si trova la strada che, girando a sinistra, risale la collina fino al podere abbandonato che si trova alla sommità. Da lassù si vede un bellissimo paesaggio e si può seguire con lo sguardo la parte che resta da fare per tornare a Bagno Vignoni.

Da Terrapille si scende seguendo la poderale che è ormai quasi un sentiero, ma ben visibile tutto l’anno. In fondo si incontra la carrabile detta Acqua Puzzola – Commenda. Sul fondo battuto si cammina (girando a destra) e lasciando sulla sinistra in alto, nel bosco, il podere Selvoli, e di fronte dal lato opposto il podere Casanova, nella sua struttura antica e tradizionale. Poi, ancora dopo un chilometro, sulla destra c’è il podere Spagliarda, al termine di una salitella. Da qui si arriva dopo un chilometro alla strada provinciale di Spedaletto. Per arrivare a Bagno Vignoni, a seconda della stagione, si può o seguire il greto dell’Orcia, oppure seguire, a destra, la strada asfaltata. Nel primo caso il tragitto sarà più faticoso ma più bello, nel secondo più spedito e sicuro, ma anche più monotono.

Provincia di Lucca

Via Vandelli  – la prima strada italiana carrozzabile logisticamente gestita

Copia di IMG_2510La via Vandelli è un’antica strada commerciale e militare del Ducato di Modena che  collega  le città di Modena e Massa attraverso l’Appennino e poi  le Alpi Apuane, sulle pendici del Monte Tambura ove la strada raggiunge la sua quota maggiore a 1634 metri s.l.m.  Il sentiero C.A.I. n° 35 percorre in buona parte la via Vandelli e permette oggi rivalutazione di questo panoramico percorso consentendo di nuovo il transito montano per chi che pratica il trekking, la mountain bike, le gite a cavallo ed anche in alcuni tratti l’escursione con i fuoristrada. Ci sono cartine, corredate da informazioni storiche e paesaggistiche per chi vuole ripercorre questa via storica.

Percorso

Provincia di Lucca: San Pellegrino in Alpe, Castiglione di Garfagnana, Pieve Fosciana, Vagli Sotto (LU)

Provincia di Massa Carrara: Massa (MS)

La strada chiamata via Vandelli  fu ordinata dal Duca Francesco III d’Este per collegare le città di Modena e Massa. Nel 1741 il Duca concluse il matrimonio del figlio Ercole con Maria Teresa Cybo-Malaspina, erede del Ducato di Massa e Carrara, e così Modena, che per necessità commerciali ed strategiche, acquistò l’ambìto sbocco al mare. L’abate ingegnere, geografo e matematico Domenico Vandelli fu incaricato di concepire e disegnare un nuovo tracciato stradale che fosse all’avanguardia dei tempi. La via Vandelli fu quindi così denominata proprio in onore del suo ideatore e costruttore. Infatti la strada rappresenta una sfida tecnica notevole per il suo tempo. Percorre un ambiente montano ripido ed impervio attraverso l’Appennino e poi attraverso le Alpi Apuane, sulle pendici del Monte Tambura ove la strada raggiunge la sua quota maggiore a 1634 metri s.l.m. La costruzione ebbe inizio nel 1738 e finì nel 1751 con 210km di estensione. Vandelli introdusse le linee di livello di quota costante che permise la stesura di mappe più realistiche e ricche di informazioni. Al progettista vennero posti determinate condizioni: la strada doveva richiedere una manutenzione minimale e poter permettere il passaggio di carriaggi pesanti, che trasportavano marmo di estrazione locale. Il tracciato non doveva attraversare lo Stato Pontificio, né la Repubblica di Lucca, né il Granducato di Toscana.

Lungo la strada vennero costruite stazioni di manutenzione e stazioni di sosta per il cambio e l’abbeveraggio dei cavalli, ostelli, piazzole per lo scarico ed il carico delle merci, guardine per i militi addetti al al pagamento dei pedaggi, ecc. In verità è stata la prima strada italiana carrozzabile logisticamente gestita. La strada aveva numerose diramazioni che servivano per collegare piccole località, fabbriche, cave di pietra e di marmo e miniere di ferro. Con il passare del tempo seguirono i briganti che divennero una minaccia per i mercanti e i viandanti che la percorrevano. Per i reati di brigantaggio, da sempre presenti in quelle zone, era prevista la pena di morte e nel tratto montano di Resceto sono ancora visibili, lungo alcuni tratti della massicciata stradale, i fori dei pali a cui venivano giustiziati i malfattori. L’immagine del brigante avvolto nel tabarro nero con cappello dalle ampie tese con in mano una lanterna è rimasto nel leggendario locale e permea la tradizione orale con storie di fantasmi. Invero una tragedia permea la storia della strada modenese, quella della Fossa dei Morti: un gruppo di mercanti diretti a Massa per acquistare il sale si trovò sotto una bufera di neve e si rifugiò in un avvallamento che diventò però la loro tomba probabilmente per una slavina. Da allora la leggenda narra che quando nevica si odono ancora i lamenti dei morti e lo scalpitare dei muli e dei cavalli.

Con l’annessione del Ducato di Modena e Reggio al nascente stato italiano nel 1859, la strada perse importanza. La strada ducale venne quindi sostituita dall’attuale e più moderna strada denominata via Giardini. La strada si presenta in molti tratti ancora oggi perfettamente agibile grazie alla tecnica di costruzione impiegata. I tratti più spiccatamente montani sono praticamente inalterati.

Percorso

Tracciato in Provincia di Modena

La via Vandelli parte da Modena biforcandosi raggiunge Maranello e Sassuolo e i due rami salgono in Appennino verso Serramazzoni nei pressi delle cascate del Bucamante e il castello di Monfestino. Ricongiungendosi per raggiungere Montebonello quindi Pavullo. Raggiunge il castello di Montecuccolo, supera il borgo medievale di Monzone, le selve di Brandola, il ponte del Diavolo a Montecenere e dopo un lungo tratto, ancora ben conservato, arriva a La Santona. Si sale poi verso il passo delle Radici tra le valli del Dragone e dello Scoltena, supera edifici storici come La Fabbrica, le tipiche capanne celtiche, emergenze naturali come il Sasso Tignoso e sale fino allo spartiacque tra Emilia e Toscana a S.Pellegrino in Alpe.

Tracciato in Toscana

Superando il crinale a San Pellegrino in Alpe, la via procede vicino al dorso del Monte Verrucchiella, una delle varie prominenze del lungo contrafforte che scende verso la valle del Serchio. Le mappe antiche rivelano che qui la via Vandelli propone addirittura due percorsi, l’uno alternativo all’altro, detti la Calda e la Fredda, da impegnare rispettivamente durante l’inverno e durante l’estate lasciando in mezzo la vetta della Verrucchiella. Un singolare e funzionale modo di intendere i cammini a seconda della loro esposizione ai venti, al gelo, alle nevi. Nel seguito la strada attraversa la Garfagnana. Da San Pellegrino in Alpe (1525 m s.l.m.) a Castiglione di Garfagnana, Pieve Fosciana quindi, dopo aver attraversato il fiume Serchio, risale la valle dell’Edron, fino a Vagli Sotto, la località Arnetola e il passo della Tambura. Da qui (1.620 m s.l.m.) la strada scende in provincia di Massa-Carrara fino ad arrivare a Resceto, a Massa e giungere sino al Mare Tirreno.