Curiosità

Dante

Il fantasma di Baldaccio si aggira nel Palazzo Vecchio

Baldo di Piero Bruni,  noto come Baldaccio d’Anghiari, nacque intorno al 1400 ad Anghiari. Definito dallo scrittore Niccolò Machiavelli come “uomo di guerra eccellentissimo, perché in quelli tempi non era alcuno in Italia che di virtù di corpo e d’animo lo superasse”, senza dubbioBaldaccio era un personaggio che faceva parlare di se, anche per i numerosi cambi di fronte nel corso di guerre e battaglie. Ha combattuto per i Malatesta, per il Conte d’Urbino, poi assoldato spesso dai fiorentini, poi dal Papa contro il Piccinino che precedentemente aveva servito. Baldaccio è passato alla storia non solo per le sue eroiche gesta in battaglia, ma anche come lo spettro che, ancora oggi, si aggira tra le mura di Palazzo Vecchio di Firenze.

Nel settembre del 1441 Baldaccio venne pugnalato a morte per conto del gonfaloniere di giustizia Bartolomeo Orlandini, che voleva vendicarsi degli attacchi subiti da parte del condottiero. Tempo prima infatti Baldaccio, come riportano le cronache dell’epoca, aveva accusato Orlandini con parole ingiuriose, cercando di dimostrare come il gonfaloniere fosse in realtà un uomo malvagio e corrotto. Baldaccio rimase quindi vittima della congiura organizzata da Orlandini che, in un ulteriore atto di sadismo, ordinò che il cadavere fosse gettato dalla finestra e infine decapitato in piazza della Signoria. Il corpo di Baldaccio Bruni fu sepolto nel chiostro della Chiesa di  Santo Spirito in Firenze.

Il fattaccio commosse tutta Firenze e lo stesso papa Eugenio IV provò dolore e sdegno per quell’efferato delitto, malamente ricoperto dall’accusa non vera di tradimento. Da allora il fantasma di Baldaccio continua ad aggirarsi nelle stanze di Palazzo Vecchio, in attesa che sia fatta giustizia e la sua innocenza venga finalmente provata.  Il 6 settembre si fa vedere anche nel Castello dei Sorci di Anghiari località natale del Baldaccio.

Ginevra degli Amieri, la donna che visse due volte

Ginevra degli Amieri era una bellissima e ricca fiorentina, vissuta intorno al 1300, poi divenuta protagonista di alcune novelle e di una celebre opera di Leopoldo Marenco. Nonostante l’amore che la legava ad Antonio Rondinelli, Ginevra venne obbligata a sposare Francesco Agolanti, in un matrimonio strategico che avrebbe unito due delle famiglie più potenti della città. La ragazza rimase però vittima di un’epidemia di peste: ormai dichiarata morta, venne esposta nella notte dopo il funerale presso Santa Maria del Fiore. Seconda la leggenda, si trattasse di un raro caso di morte apparente. Ginevra infatti si risvegliò e, con indosso i veli che le erano stati messi per la funzione, uscì dalla chiesa per tornare dal legittimo sposo. Ma questi, appena la vide, la scacciò inorridito, credendo che si trattasse di un fantasma tornato dell’Aldilà. Lo stesso accadde quando si presentò davanti alla casa paterna, presso la torre degli Amieri, dove i genitori ebbero la stessa reazione.

La ragazza allora decise di recarsi dal suo vecchio amante che, al contrario dei familiari, la accolse a braccia aperte, aiutandola a rimettersi in sesto. Successivamente le autorità ecclesiastiche stabilirono che la morte di Ginevra era stata un vero e proprio miracolo e che il rifiuto del marito aveva ormai interrotto il loro vincolo matrimoniale. La donna allora si sposò con l’amato Rondinelli, mentre  la via del Campanile vicino Piazza Duomo, dove si dice che Ginevra passò quella notte, venne a lungo ribattezza “via della Morte”.

Il Vento ed il Diavolo

Ha Firenze c’è un luogo preciso dove tira sempre vento. Una leggenda spiega la ragione di questo fatto. A Firenze si dice che il Vento e il Diavolo s’incontrarono per le balze di Pratomagno e si salutarono:
– Ciao Diavolo.
– Ciao Vento.
– Dove vai?
– A Firenze.
– Anch’io.
– Facciamo un po’ di strada insieme?
Così si misero in cammino parlando del più e del meno. Arrivati a Firenze il Diavolo disse al Vento:
– Ho da sbrigare una questione da nulla con i canonici del Duomo, mi aspetteresti un momento? Vado e torno.
– Vai pure disse il Vento. Io t’aspetto qui.
Legò il cavallo al recinto del Campanile di Giotto e si sedette sugli scalini del Duomo. Il Diavolo trovò parecchio da fare con i canonici e tanto ebbe da parlare e accordarsi che andò con loro a cena, e poi fu loro ospite e dopo ebbe tanto da fare che si dimenticò del Vento che è ancora lì: ogni poco si alza e gira di qua e di là, si è stufato d’aspettare, si rimette a sedere e soffia.

Torre dei Mannelli

La torre si trova tuttora a capo del Ponte Vecchio sulla riva meridionale dell’Arno. La torre è ricordata per un episodio avvenuto durante la costruizione del corridoio vasariano. L’opera infatti attraversando il Ponte Vecchio avrebbe dovuto passare la torre di Matteo Mannelli e da lì, attraverso un arco, passare sopra il portico della chiesa di Santa Felicita, formando una loggia. Tuttavia, ricorda il Mellini che quando Cosimo I de’ Medici chiamò i Mannelli per chiedere loro di autorizzare il passaggio vasariano attraverso il loro edificio, questi si opposero poiché avrebbero subito un danno alla loro proprietà. Vasari fece allora passare il corridoio all’esterno della casa, appoggiandolo come tuttora si vede sopra dei beccatelli di pietra, dichiarando che “ciascuno è padrone in casa sua”.

L’astronomia nel Duomo di Firenze ed il Calendario Gregoriano

La cupola del Brunelleschi ospita anche uno strumento astronomico per lo studio del sole. Si tratta di un foro gnomonico presente sulla lanterna ad un’altezza di 90 metri, che dà una proiezione del sole su una superficie in ombra, in questo caso il pavimento della cattedrale. Nel 1475 l’astronomo Toscanelli approfittò del completamento della cupola per installare una lastra bronzea con un foro circolare di circa 4 centimetri di diametro, che desse un’immagine ottimale dell’astro. Studiando infatti il rapporto tra altezza e diametro del foro si ottenne una vera a propria immagine solare stenopeica, capace di mostrare anche le macchie solari o l’avanzare delle eclissi in corso, oppure il raro passaggio di Venere tra il sole e la terra. L’utilizzo più importante dello gnomone al tempo della sua creazione fu quello di stabilire il solstizio esatto, cioè la massima altezza del sole nel cielo a mezzogiorno durante l’anno e, quindi, la durata dell’anno stesso, osservazioni che porteranno insieme ad altre analoghe rilevazioni, a convincere papa Gregorio XIII sulla necessità di riformare il calendario, allineando la data solare con quella ufficiale e creando il calendario gregoriano (1582).

Nei secoli successivi, lo strumento ebbe modo anche di essere usato per indagini più ambiziose, come quella promossa dall’astronomo Leonardo Ximenes nel 1754, che si propose di studiare se l’inclinazione dell’asse terrestre variasse nel corso del tempo, una questione molto dibattuta dagli astronomi del tempo. Le sue osservazioni, confrontate con quelle del 1510 furono incoraggianti e, ripetute per più anni, gli permisero di calcolare un valore dell’oscillazione terrestre congruente con quello odierno. Fu lui che tracciò la linea meridiana in bronzo sul pavimento della stessa Cappella del Duomo di Firenze, dove è presente il disco di Toscanelli. La rievocazione di tali osservazioni ha luogo ogni anno il 21 giugno alle 12.00 ora solare (le 13.00 da quando è in vigore l’ora legale).

Il giglio rosso

Il simbolo sullo stemma di Firenze è il rosso su fondo bianco anche se anticamente i colori erano invertiti proprio in riferimento al colore del giaggiolo Iris florentina. I colori attuali risalgono al 1251 quando i Ghibellini, in esilio da Firenze, continuavano a ostentare il simbolo di Firenze come proprio. Fu allora che i Guelfi, che controllavano Firenze, si distinsero dai propri avversari invertendo i colori che poi sono rimasti fino ai giorni nostri. Il tradizionale simbolo fiorentino subì nel 1809 un attacco da parte di Napoleone Bonaparte che, con un decreto, provò a imporre un nuovo simbolo per Firenze: una pianta di giglio fiorito su un prato verde e uno sfondo argentato sormontato da una fascia rossa e tre api dorate (simbolo dedicato alle grandi città dell’impero napoleonico). Il dissenso fiorentino non fece dare seguito al decreto.

La Congiura dei Pazzi

Il momento più tragico della storia del Duomo di Firenze si ebbe con la Congiura dei Pazzi, quando fu teatro del brutale assassinio di Giuliano dei Medici e del ferimento di suo fratello maggiore Lorenzo, il futuro “Magnifico”. Nel aprile di 1478, dei sicari si appostarono durante la messa per colpire i rampolli di casa Medici, su mandato della famiglia dei Pazzi appoggiata da papa Sisto IV e da suo nipote Girolamo Riario, tutti interessati a bloccare l’egemonia medicea. Giovan Battista da Montesecco però, che avrebbe dovuto uccidere Lorenzo, si rifiutò di agire in un luogo consacrato e fu sostituito da un sicario di minor esperienza. Mentre Giuliano cadeva sotto le numerose coltellate, Lorenzo riuscì a fuggire nella sacrestia barricandovisi dentro. La popolazione fiorentina, favorevole ai Medici, si accanì dunque contro gli assassini e sui loro mandanti. In giornate molto drammatiche, la folla inferocita linciò e fece impiccare sommariamente la maggior parte dei responsabili.

La triste storia di Antonio Rinaldeschi

Nel 1501, il fiorentino Antonio  Rinaldeschi fu condannato a morte  per aver offeso in maniera davvero oltraggiosa, il tabernacolo che era posto sulla porta a sud della Chiesa di Santa Maria degli Alberighi nel quale era dipinta l’Annunciazione della Vergine. Nel giorno dell’avvenimento, Antonio era molto arrabbiato per aver perso molti soldi al gioco. Esce dall’Osteria del Fico bestemmiando contro la Madonna, pronunciando e articolando gesti inconsulti. In un certo momento della sua arrabbiatura,  raccoglie da terra dello sterco di cavallo e lo lancia verso il tabernacolo colpendo l’immagine della Vergine. L’offesa all’immagine della Madonna fece grande scalpore.Antonio si rifugiò nel giardino di San Miniato al Monte. Non vedendo una soluzione positiva alla sua vita futura, cercò di uccidersi con un coltello, ma non ci riuscì.Antonio fu catturato e trasportato alle prigione del  Bargello dove  fu sottoposto all’esame degli Otto di Guardia e Balia. Lui confessò agli Otto le proprie colpe e raccontò le gesta del suo momento d’ira pentendosi dell’accaduto, però fu  condannato a morte per impiccagione. Al contrario di molte altre condanne effettuate fuori le mura, lui viene impiccato alle finestre della parete a nord del Bargello. Prima dell’esecuzione, Antonio Rinaldeschi, già legato chiede la misericordia divina. Ma la sentenza fu eseguida con godimento dalla popolazione.

Il porcellino portafortuna

A pochi passi dal ponte Vecchio, nel XVI° secolo fu costruita una loggia destinata alla vendita di sete e oggetti preziosi e successivamente dei celebri cappelli di paglia.  Nelle nicchie agli angoli furono collocate statue di fiorentini illustri.  In uno dei lati della loggia fu realizzata la  Fontana del Porcellino, un cinghiale in bronzo (XVII°secolo) dell’artista Pietro Tacca.  La leggenda popolare racconta che toccarne il naso porti fortuna. La procedura completa per ottenere un buon auspicio consisterebbe nel mettere una monetina in bocca al porcellino dopo averne strofinato il naso: se la monetina cadendo oltrepassa la grata dove cade l’acqua porterà fortuna, altrimenti no. Nella loggia, attualmente, c’è una coppia in bronzo della scultura originela del cinguiale che è conservata nel Palazzo Pitti. Tutti giorni centinaia di turisti riperono il rituale della monetina per portare fortuna a casa.

La pietra dello scandalo

Al centro della Loggia del Porcelino, vicino al Ponte Vecchio, c’è un tondo marmoreo bicolore bianco e verde chiamato  “Pietra dello scandalo”.  La pietra segnava il punto dove venivano puniti i debitori insolventi nella Firenze rinascimentale. La punizione consisteva nell’incatenare i condannati e una volta calate le braghe ne venivano battute le natiche ripetutamente sulla detta pietra a vista del pubblico.  Da questa usanza umiliante sarebbero nati dei modi di dire come essere con il culo a terra e l’espressione sculo inteso come sfortuna.

Il volto scolpito da Michelangelo

In  Piazza della Signoria, a sinistra della rampa d’accesso a Palazzo Vecchio, nel muro al di là del gruppo scultoreo di Ercole e Caco, si  può  vedere un ritratto scolpito di un uomo di profilo, non particolarmente rifinito. Il ritratto vanta la firma di Michelangelo Buonarroti, ma non si sa con precisione a chi appartenga quel volto.Alcuni dicono che il volto sia proprio un autorittrato di Michelangelo. Secondo le leggende, tutte le volte che Michelangelo si trovava a passare da Via della Ninna, via che passa tra Palazzo Vecchio e gli Uffizi, veniva regolarmente fermato dalla stessa persona che lo annoiava tutte le volte raccontando sempre la solita storia sui i suoi fallimenti finanziari e del credito dovuto allo stesso Buonarroti e mai pagato. E fu proprio in una di quelle occasioni che Michelangelo, afflitto dalla noia e con gli arnesi del mestiere in mano, mentre lo scocciatore parlava, girato di spalle scolpì il  profilo, immortalandolo per sempre nelle pietre di Palazzo Vecchio.

Le prediche di Girolamo Savonarola e la terribile fine del boia

A partire dal febbraio 1491 Girolamo Savonarola, frate del Convento di San Marco, pronunciò in Santa Maria del Fiore le sue famose prediche, improntate all’assoluto rigorismo morale ed ispirate da un grande fervore religioso, durante le quali esprimeva tutto il suo disgusto per la decadenza dei costumi, per il rinato paganesimo e per la sfrontata ostentazione della ricchezza. Nel 1497 fu scomunicato da papa Alessandro VI, l’anno dopo, in Piazza della Signoria a Firenze nei pressi doveoggi c’è la Fontana di Netuno, Savonarola fu impiccato e bruciato sul rogo come «eretico, scismatico e per aver predicato cose nuove» insieme a altri due frati seguaci. Nel bruciare un braccio del Savonarola si staccò, e la mano destra parve alzarsi con due dita dritte, come se volesse “benedire l’ingrato popolo fiorentino”. Le sue opere furono inserite nel 1559 nell’Indice dei libri proibiti.

Dopo cinque anni dal triste evento, nel 1503 quando al patibolo fuori Porta della Giustizia, veniva messa in atto l’esecuzione di un giovane banderaio ventenne, reo di aver ucciso un altro banderaio per «invidia». La pena di morte comminata, doveva avvenire per taglio della testa da parte del boia, che era quello stesso che aveva giustiziato «i tre servi di Dio, Savonarola e i suoi due confratelli». Appoggiato il capo sul ceppo, l’infelice banderaio attese fatalmente che la possente scure di maestro Francesco mettesse fine alle sue tristezze; ma non fu subito così perché il boia sbagliò per più volte il colpo mortale, aggiungendo maggior sofferenza al giustiziato e afflizione ai presenti per quel tormento inaudito, tanto che si levò un tumulto fra il popolo ed al grido: «A’ sassi, a sassi» per spontanea lapidazione lo ammazzorono e poi e fanciulli lo stracinorono insino a Santa Croce. Tutti pensarono che il fattaccio era intervenuto perché egli impiccò e arse quei tre frati.

Videogioco

La Basilica di Santa Maria Novella ha anche grande fama e molti riferimenti nella cultura popolare, ad esempio nel videogioco Assassin’s Creed 2. Una missione è ambientata al suo interno, così come due episodi dell’anime Soul Eater.

Firenze e Cinema

Sono molti gli attori e registi fiorentini a livello nazionale ed internazionale, come Massimo Ceccherini, Paolo Hendel, Alessandro Paci, Giorgio Panariello, Leonardo Pieraccioni, Vittoria Puccini, Elena Sofia Ricci e tanti altri che sono nati, vissuti oppure hanno girato film a Firenze. Inoltre in città sono presenti diverse scuole di cinema, come la Scuola Nazionale Cinema Indipendente, la Scuola di Cinema Immagina, l’Accademia delle Arti Digitali, il Mohole, e il CUEA. Nella Mostra di CInema Internazionale che dura 50 giorni si tengono molti eventi cinematografici.

Elenco di alcuni dei tanti film girati a Firenze:

Amici miei atto I, atto II, atto III
Io & Marilyn
Hannibal
Camera con vista
Decameron Pie
Il ciclone
Pontormo
Un tè con Mussolini
Ritratto di signora
La sindrome di Stendhal
Viaggi di nozze
L’ultimo giorno

Ponti storici e la Seconda Guerra Mondiale

I ponti che, scavalcando il fiume Arno, uniscono le due parti della città furono minati dalle truppe tedesche nella notte del 3 agosto 1944 nel disperato quanto inutile tentativo di rallentare l’avanzata degli eserciti alleati. Si salvò solo il Ponte Vecchio (descritto più diffusamente altrove), in quanto fu ritenuto incapace di sopportare il peso di mezzi blindati. Furono però distrutti tutti gli edifici nelle immediate vicinanze, sia in via Guicciardini che in via Por Santa Maria.

Meritano qualche parola in più i due ponti immediatamente successivi, seguendo il corso dell’Arno verso ovest. Ad opinione di molti il Ponte S. Trinita è tra i più belli di tutto il mondo. Quello precedente alla Seconda Guerra Mondiale risaliva a metà del XVI° secolo ed era stato costruito sotto la guida di Bartolomeo Ammannati. All’inizio del secolo seguente furono collocate, alle quattro estremità, altrettante statue: Primavera di Pietro Francavilla, Estate e Autunno di G. B. Caccini, Inverno di Taddeo Landini. Le cariche esplosive le scagliarono nel letto del fiume, fortunatamente con pochi danni, e furono recuperate successivamente. La testa della Primavera, staccata dall’esplosione, fu ritrovata nel 1961 e ricollocata, pur con danni visibili, al suo posto. La costruzione del Ponte alla Carraia, anch’esso su progetto di Bartolomeo Ammannati, fu intrapresa a metà del XVI° secolo. La ricostruzione del 1948 è risultata piuttosto fedele all’aspetto di quello precedente.